
A PROPOSITO DI COORDINAMENTO
Il 30 settembre si è tenuta a Venezia, nell’isola di S. Lazzaro, la riunione delle organizzazioni armene d’Italia. Questo era il secondo incontro del genere nel corso di quest’anno e, com’era prevedibile, non ha potuto risolvere tutti i problemi all’ordine del giorno, dato che il tempo a disposizione era scarso ed alcuni intervenuti sono andati un po’ fuori tema o si sono dilungati eccessivamente, facendo perdere del tempo prezioso ai convenuti. Ma questa è una caratteristica costante delle riunioni armene.
Comunque qualcosa è stato fatto e si sono ulteriormente chiarite le idee dei presenti. Innanzitutto è stato ulteriormente dibattuto il problema del portavoce; argomento, questo, che a quanto pare, sta a cuore a molti.
A nostro modesto parere la questione del portavoce è un po’ complessa, per il seguente motivo. In Italia vi sono numerose organizzazioni armene, ma una soltanto, l’Unione Armeni d’Italia, è un ente morale riconosciuto dallo Stato italiano. Inoltre, a differenza di tutte le altre organizzazioni, l’Unione Armeni d’Italia è l’unica che, per la sua stessa denominazione, ambisce ad essere la rappresentante di tutti gli armeni residenti in Italia, anche se, in realtà sia principalmente espressione della comunità armena milanese, o lombarda. Ma un qualsiasi italiano, che non sia addentro alle questioni della nostra comunità, se sente che c’è un’organizzazione che si chiama Unione Armeni d’Italia (e per di più ente morale riconosciuto dallo Stato) pensa subito che sia la rappresentante, legale ed autorizzata, di tutti gli armeni italiani. Perciò, a lume di logica, il portavoce dovrebbe essere il presidente dell’Unione Armeni d’Italia, o almeno qualcuno a lui strettamente collegato; poiché, in caso contrario se il presidente dell’Unione Armeni d’Italia ed il portavoce fossero delle persone differenti, o comunque non collegate fra loro, c’è il rischio che, a proposito di qualche avvenimento richiedente una presa di posizione pubblica da parte degli armeni italiani, il presidente dica una cosa ed il portavoce affermi il contrario, disorientando così l’opinione pubblica. Poiché, a nostro parere, la funzione del portavoce non deve essere quella di “agire”, ma di “reagire” ,ad articoli di stampa, ad affermazioni riguardanti gli armeni, o comunque a fatti ed avvenimenti che richiedano una presa di posizione pubblica da parte armena.
Quindi la soluzione migliore sarebbe che il portavoce fosse il presidente dell’Unione Armeni d’Italia, o almeno un membro del Consiglio della stessa Unione, che agisca in strettissima intesa con il presidente. Però a questo punto sorge il problema dell’effettiva rappresentatività dell’Unione Armeni d’Italia, e poiché questa più che altro è un ente milanese, non sarebbe giusto che si accollasse la rappresentatività di tutti gli armeni d’Italia, anche in considerazione del fatto che, per esempio, a Roma c’è una comunità molto attiva che non deve essere emarginata o esautorata. D’altro canto creare un altro carrozzone per un portavoce non sarebbe la soluzione ideale. Forse la cosa migliore sarebbe sfruttare quello che c’è già, apportando le necessarie correzioni. Nel concreto ciò significa apportare allo statuto, all’organizzazione ed alla struttura dell’Unione Armeni d’Italia tutte quelle modifiche che le assicurino una affettiva rappresentatività degli armeni di tutta l’Italia. Infatti vi è il problema della rappresentatività e quello dell’operatività, che non sempre si conciliano poiché da un lato l’Unione Armeni d’Italia deve essere espressione delle comunità sparpagliate su tutta la penisola, mentre da un altro lato deve avere una direzione abbastanza snella –e quindi costituita da persone risiedenti nella stessa città- per garantire un’operatività efficace. Una proposta a tale proposito potrebbe essere la seguente. Per consentire una giusta rappresentatività si costituisce un consiglio abbastanza ampio del quale fanno parte rappresentanti di tutte le organizzazioni (o anche città o regioni ove risiedono armeni). Questo consiglio si riunisce alcune volte all’anno e oltre a tracciare il programma delle azioni da intraprendere, ogni anno (o due o tre anni) elegge un direttivo ristretto di tre-cinque persone, residenti nella stessa città, che costituisce la giunta esecutiva la quale a sua volta deve rendere conto del proprio operato al consiglio che l’ha nominata. In questa maniera si concilia la rappresentatività con l’operatività.