Addio Apollo

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ADDIO   APOLLO

 

Se ne è andato. Nella tarda mattinata di un’uggiosa giornata di ottobre se ne è andato anche lui, dopo che i malanni di salute ne avevano fiaccato il pur forte fisico, senza, però, poter piegare anche il suo indomito spirito.

Se ne è andato così Apollo Tokatzian, noto  fra gli armeni con il suo vero nome Arpun, divenuto Apollo per quei strani e ricorrenti casi che capitavano spesso agli armeni allorquando, trasferendosi da un paese all’altro e sovente senza documenti, rimanevano alla mercé di funzionari stranieri poco solerti che storpiavano a loro piacimento i  loro nomi.

Probabilmente non c’è armeno che, passando per piazza San Marco a Venezia, negli ultimi cinquanta-sessanta anni non si sia imbattuto nel suo negozio di articoli fotografici che, oltre ad essere un’impresa  commerciale, era anche una specie di consolato armeno. Lì Arpun –Apollo Tokatzian, assieme al fratello maggiore Gregorio, accoglieva sempre con un sorriso tutti quei connazionali che, per curiosità o bisogno di informazioni o semplicemente per rispondere alla voce del sangue, alla vista di un nome armeno entravano nel suo negozio. E da lui non ricevevano solo sorrisi od informazioni utili, ma spesso anche un concreto aiuto.

Quante persone, afflitte   e preoccupate, gli  si sono rivolte e da lui hanno ricevuto conforto e sostegno, non solo morale, ma anche materiale! Quante persone, particolarmente giovani armeni provenienti dall’estero e spesso con scarse finanze, hanno trovato presso la sua casa ospitale un tavolo ed un piatto per sfamarsi, oltre che una carica di ottimismo ed una speranza in più per il proprio futuro !

Perché lui era così, estremamente ospitale e generoso, in questo essendo completamente assecondato dai suoi familiari. Gioiva nel poter essere di aiuto a qualcuno. Tante persone gli devono molto; tante gli sono state per sempre grate e riconoscenti. Alcuni, ingrati, si sono dimenticati di lui; ma ciò non deve meravigliare poiché l’ingratitudine è una delle caratteristiche che spesso albergano nello spirito umano. Ma non per questo è sminuito ciò che lo scomparso ha fatto per molti; anzi, a confronto di certe meschinità, la sua figura ne esce ancora più nobile e grande.

Aveva un grande cuore Apollo; ha donato molto senza badare se sarebbe stato contraccambiato per ciò che aveva dato. Il noto detto “Io ho ciò che ho donato” pareva che fosse stato coniato proprio per lui. E da questo punto di vista Apollo fu un uomo ricchissimo, proprio perché donò molto, moltissimo.

Ma la sua bontà e generosità sono ancor più degne di stima e lode se si considerano le difficoltà in cui visse nei primi decenni della sua vita. Nato a Smirne nel 1922, pochi mesi prima che questa città venisse data alla fiamme dai turchi, poté fuggire, ancora in fasce, assieme a sua mamma, ai due fratelli ed alla sorella e trovare rifugio in Grecia. Mentre suo padre, dirigente politico e giornalista, nei giorni convulsi della conquista turca di Smirne, veniva arrestato e poi ucciso dalle truppe turche.

Il povero Apollo, ultimo di quattro figli,  praticamente nacque già orfano; giunse così ad Atene ove sua mamma, nota e brava sarta, con fatica e sacrifici lo allevò assieme ai suoi  fratelli.

Verso la fine della seconda guerra mondiale la famiglia si trasferì in Italia, a Venezia, ove i tre fratelli aprirono un negozio di articoli fotografici nella centralissima piazza San Marco. Solo allora, dopo fatiche e privazioni, il povero Apollo poté permettersi una vita tranquilla ed agiata. Sposatosi con una giovane armena dell’Egitto, ebbe due figli e tre nipoti.

Lo scomparso, da bravo armeno cresciuto con certi valori, aveva un culto per la famiglia, i parenti ed il focolare domestico. Aveva un’autentica adorazione per la propria  madre che con tanti sacrifici lo aveva allevato e lui, figlio devoto e rispettoso, non sapeva che cosa fare per dimostrarle la propria riconoscenza. Ma lo stesso affetto si riversava sugli altri membri della sua famiglia, moglie, figli, nipoti, fratelli e loro familiari. Apollo fu un autentico patriarca, con il carisma del capo, ma anche con l’affetto del marito premuroso e del  padre severo, ma buono.

La storia della sua giovinezza è stata narrata in un bel libro inglese scritto da sua nipote Astrid Katcharyan dal titolo “Affinity with night skies” (affinità con cieli notturni) che è una saga dedicata alla sua famiglia e particolarmente alla madre dello scomparso.

Apollo era anche un amante della convivialità, lui stesso essendo un buongustaio. Le porte della sua casa erano sempre aperte dinanzi agli ospiti e lui gioiva della presenza delle persone a lui care, fossero esse familiari, parenti od amici. Per tutti loro fu una guida ed un punto di riferimento, per consigliarli, aiutarli e, se del caso, consolarli.

Fu un buon armeno, sempre pronto a sostenere tutte le iniziative volte a favorire gli armeni. Fu sicuramente il più rappresentativo ed autorevole rappresentante della comunità di laici armeni di Venezia della quale, senza essere stato eletto, era – non solo per la sua età, ma anche per la sua saggezza ed il suo prestigio-  in un certo senso il capo, stimato e rispettato da tutti. Ma oltre che con il mondo armeno, ebbe strette relazioni anche con molte personalità italiane e straniere che ebbero modo di conoscerlo e frequentarlo, attratti dalla sua ospitalità, saggezza e bonomia. Anni addietro il presidente della repubblica l’aveva insignito dell’onorificenza di cavaliere, ma lui, nella sua semplicità, non se ne faceva un vanto. Non per nulla alle sue esequie vi fu una grande folla, non solo di armeni, ma anche di molti amici italiani e  di  parenti giunti pure dall’estero appositamente per porgergli l’estremo saluto.

Con il passare degli anni, quest’uomo dal fisico possente e dalla forza taurina, fu man mano fiaccato dai malanni di una salute in declino. Ma non declinò mai lo spirito del vecchio leone che, seppur ferito, rimase pur sempre un leone.

E fu così che, dopo aver seminato su questa terra bontà e generosità, dopo aver regalato affetto e conforto, questo buon uomo se ne andò.

I fiori sempre freschi che crescono sul suo tumulo  rammentano al passante che lì giace un uomo dal nobile cuore.