Una martire e la sua famiglia

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Storie  armene di ieri e di oggi

 

UNA  MARTIRE  E  LA  SUA  FAMIGLIA

 

            La vita dell’arcivescovo  Kevork (Giorgio)  Arslanian (1867 - 1951), in gioventù, fu segnata  da un tragico avvenimento.

Karekin, questo era il suo nome di battesimo, era nato a Pinghian, presso la città di Agn (oggi Kemaliye), lungo il corso del fiume Eufrate, ai confini occidentali dell’Armenia sotto dominazione turca. La sua era una famiglia cospicua e  benestante ed aveva assunto il proprio cognome dal nome del capostipite, Arslan (trisavolo dell’arcivescovo) che, presumibilmente agli inizi del XVIII secolo, era emigrato dal Karabagh, allora sotto sovranità persiana, verosimilmente per sfuggire alle continue guerre che in quegli anni si disputavano sul suolo di questa regione. Ma la famiglia vantava ascendenze ancora più lontane, essendo originaria, secondo quanto tramandato, della città di Anì, la capitale dell’Armenia medievale.

Il giovane Karekin studiò nella scuola del paese natale sotto la guida di capaci insegnanti.

A 18 anni si recò a Costantinopoli ove, con il fratello maggiore, Vartan, si occupò di commercio di carta e libri, frequentando nel contempo  i corsi serali del liceo “Ghetronagan”. Due anni dopo ritornò a Pinghian e si sposò con Nazenì Missakian, discendente di una nobile famiglia residente nella vicina borgata di Zimara. Di questa stessa famiglia faceva parte Shavarsh Missakian (1887+1957) fondatore del quotidiano “Haratch” di Parigi.

Era usanza, in quei tempi, che i maschi emigrassero a Costantinopoli o in altre grandi città, lasciando la famiglia nel paese natale ove ritornavano dopo qualche anno per ripartire dopo un soggiorno più o meno lungo. Le famiglie, per prevenire che i figli, facendo cattivi incontri, si perdessero nelle grandi città, prima di farli partire per l’emigrazione li facevano sposare cosicché rimanevano legati al focolare familiare. Questa pratica dell’emigrazione era molto comune, non solo nella regione di Agn, ma pressoché in gran parte dell’Armenia. Di solito nella grande città il giovane emigrante era stato preceduto dal padre, o da un fratello, uno zio o un cugino, cosicché trovava sempre un appoggio. Spesso gli emigranti di una stessa famiglia si davano il cambio cosicché in patria ci fosse sempre un uomo adulto per badare alla famiglia.

Dal matrimonio di Karekin e Nazenì nacquero  cinque figli, due dei quali morirono appena nati.

Nel 1890, Karekin  emigrò a Costantinopoli, mantenendo, com’era consuetudine, la famiglia nel paese d’origine. Nella capitale ottomana, assieme al fratello Vartan, aprì una fabbrica di calze e magliette che, per la sua attività, ottenne una medaglia dal sultano, il sanguinario Abdul Hamid che li ricevette di persona per consegnare l’onorificenza.

Durante i grandi massacri del 1895-96 Karekin Arslanian, ritornato in patria,. si trovava presso la propria famiglia, nel paese natale che fu assalito dalla plebaglia turco-curda. Assieme agli altri uomini validi si recò sulle vicine montagne per combattere contro gli aggressori che però, giunti nel paese, lo incendiarono e  massacrarono  la popolazione presente. Lì fu ucciso suo padre; mentre la moglie, Nazenì, incoraggiò altre donne a gettarsi nell’Eufrate per non cadere nelle mani dei turchi, invece lei si gettò viva nel fuoco di un incendio, assieme ai suoi tre figlioletti, morendo nelle fiamme assieme a loro. Ma la maggiore dei bambini, Hripsimè, che aveva sei anni, riuscì a fuggire ed a mettersi in salvo con l’aiuto di altre donne.

A suo tempo la tragedia dell’eroica Nazenì commosse molto l’opinione pubblica ed il poeta Levon Essagianian dedicò un poema al suo martirio, mentre le sue ceneri, fortunosamente recuperate, giacciono ancor oggi nella tomba di famiglia, in un  cimitero armeno.

Così duramente colpito, il povero Karekin, si ammalò gravemente e per un certo tempo rimase paralizzato. Fu durante questo periodo di dolore e sofferenza che fece un voto: se fosse guarito sarebbe divenuto sacerdote. Due anni dopo, guarito dalla malattia, diresse l’orfanotrofio del convento di S. Gregorio l’Illuminatore di Divrig , successivamente si trasferì a Sebaste (Sivas) con circa duecento orfani. In quest’ultima città, nel convento della S. Croce (lo stesso nel quale iniziò la propria carriera ecclesiastica l’abate Mechitar) fu ordinato sacerdote nel 1900 assumendo il nome di Kevork (=Giorgio). Dopo  di che fu chiamato in varie città a capo delle locali diocesi: Tokat, Agn,Malatia, Kharpert, Rodosto, Adana ovunque svolgendo un’intensa opera pastorale, facendo restaurare chiese, costruendo scuole, tenendo conferenze. Subito dopo il massacro degli armeni di Adana (1909)  il patriarcato armeno di Costantinopoli lo inviò  sul posto  per un’indagine e per portare soccorso ai superstiti. Durante la prima guerra mondiale, prendendo a pretesto alcuni libri da lui scritti, fu accusato di aver svolto attività sovversive ed in seguito a ciò si ammalò gravemente e con la vecchia madre si stabilì ad Aleppo,ma  per restare vicino al proprio gregge, rifiutò di recarsi all’estero per farsi curare. Alla fine della guerra riprese il suo posto alla guida della diocesi di Adana. Successivamente, nel 1921 si trasferì a Costantinopoli.

Un’altra morte, anche questa per mezzo del fuoco, venne a sconvolgere ancora la sua esistenza. Il fratello maggiore Vartan,   uomo molto colto,  si era sposato con la sorella del poeta Missak Medzarentz, suo compaesano. Successivamente era stato ordinato sacerdote, continuando a coltivare i suoi interessi culturali, indirizzati particolarmente alla filosofia ed alla teologia. Collaboratore di vari periodici armeni, fu autore di interessanti studi sulla filosofia di Auguste Comte e di Emile Littré. Fu anche autore di testi di religione. All’inizio  della prima guerra mondiale era il rettore, pro-tempore, della diocesi di Kharpert, la cui sede vescovile era vacante. Arrestato dai turchi, fu incarcerato assieme ad altri intellettuali armeni. Non volendo più sottostare alle inaudite  torture alle quali erano stati sottoposti, si diedero fuoco in carcere, morendo fra le preghiere di questo eroico sacerdote.

Nel 1922 padre Kevork Arslanian si recò ad Ec(e)miadzin  ove fu ordinato vescovo dall’allora catholicos Kevork . Di ritorno a Costantinopoli dovette fronteggiare una situazione molto delicata. Le truppe kemaliste  erano entrate nella città, ed il patriarca armeno, Zaven,aveva dovuto abbandonare la propria sede in quanto compromesso in attività a favore della causa armena. I responsabili della comunità armena di Costantinopoli quindi decisero  di  eleggere un luogotenente del patriarcato che fosse capace di barcamenarsi nella nuova situazione, per poi eleggere il nuovo patriarca. Fu così che, nonostante allora vi fossero a Costantinopoli una mezza dozzina di vescovi armeni, il Consiglio dei Rappresentanti elesse alla carica di luogotenente patriarcale il neo-ordinato vescovo Kevork Arslanian che mantenne quella carica per cinque anni, finché, reputati i tempi maturi, venne eletto il nuovo patriarca nella persona dell’arcivescovo Mesrob Naroyan. Alla morte di questo, avvenuta nel 1944, in un periodo in cui gravavano serie minacce sugli armeni  a causa della tassa sulla ricchezza e della coscrizione di venti classi, venne nuovamente eletto alla carica di luogotenente patriarcale, mantenendo questo incarico fino al 1950, quando, data anche la sua età avanzata, venne eletto patriarca un altro vescovo.

L’anno seguente, all’età di 84 anni, si spense.

Fu un  sacerdote molto attivo e laborioso. Nel corso dei vari incarichi da lui ricoperti fece restaurare 29 chiese, 6 conventi, 6 scuole, 2 cimiteri ed un ospedale. Fece costruire 9 scuole e due orfanotrofi; visitò 1116 villaggi e 151 città; celebrò la Messa in 257 chiese ed ordinò 24 sacerdoti. Fu anche un personaggio molto combattivo che seppe difendere con forza i diritti degli armeni di fronte al governo turco, non cedendo di un millimetro dalle posizioni storicamente acquisite e difendendo a spada tratta la cosiddetta Costituzione Nazionale Armena, cioè il regolamento della comunità armena di Turchia che il governo turco tentò a varie riprese di annullare, ma non riuscì proprio grazie alla sua tenacia. Si narra, anzi, che ogni qualvolta  aveva un incontro ufficiale con le autorità turche, si recava da loro con un interprete perché, nonostante lui conoscesse molto bene il turco, si ostinava, in quanto suo diritto, a parlare in armeno  facendosi tradurre dall’interprete.

Non per nulla quando morì un giornale intitolò “E’ morto il leone”.

Un aspetto meno noto della sua personalità,  e che necessiterebbe di essere valorizzato, è costituito dalla sua produzione letteraria. Accanto a libri di chiara impostazione pastorale, dedicati agli emigranti ed ai soldati fu autore di una raccolta di motti e detti celebri, di una biografia del capo rivoluzionario Jirair (Mardiros Boyagian), di un taccuino di viaggio in Etiopia, ove si era recato per consacrare la chiesa armena di Addis Abeba. Un’altra sua opera è costituita dalla serie di articoli dedicati ai conventi abbandonati. Ma sicuramente la più interessante e meritevole di essere pubblicata è la raccolta denominata “Figure di paese” ove, attraverso i suoi ricordi di gioventù, traccia un quadro della vita del paese natale, cos’ com’era alla fine del XIX° secolo. Risaltano qui personaggi e fatti, usanze e tradizioni di un mondo perduto, che oltre ad essere di piacevole lettura forniscono anche molto materiale allo studioso del folklore armeno.

Unico caso fra i vescovi armeni, monsignor Arslanian aveva una famiglia. Infatti la figlia Hripsimè, sopravvissuta alla tragica morte della propria madre, si sposò con un lontano parente, pure lui di cognome Arslanian, dal quale ebbe tre figli maschi: Vahakn, Varujan e Vartan. E con la figlia, il genero ed i nipoti visse fino alla morte.

I nipoti, a loro volta, si distinsero in campo artistico. Il maggiore, Vahakn (1914+1980) laureato in ingegneria chimica, già dall’infanzia studiò il violino dimostrando un notevole talento, tanto da suonare in presenza di Mustafà Kemal Atatürk. Vahakn Arslanian fece parte di varie orchestre e fondò un quartetto d’archi, denominato “Varsoha” dalle iniziali dei suoi componenti.

Il nipote mezzano, Varujan (1920+2001) studiò pianoforte e dall’età di 19 anni diede numerosi concerti. Fu insegnante di pianoforte al conservatorio di Costantinopoli e collaborò lungamente con il teatro dell’opera di quella città. A lui, ed al fratello maggiore, si devono le prime esecuzioni delle opere di Khaciadurian in Turchia.

Infine il terzo nipote, Vartan, laureato in ingegneria civile ed in matematica, studiò violoncello, perfezionandosi al Mozarteum di Salisburgo. Assieme al fratello Vahakn per lunghi anni fece parte dell’orchestra nazionale di Turchia. Vartan Arslanian oltre che musicista è stato per decenni insegnante di matematica nelle scuole armene di Costantinopoli.

I tre fratelli nel 1940 fondarono un trio musicale “Trio Arslanian” che si esibì numerosissime volte sia dalla radio statale turca, sia alla televisione che in sale di concerti interpretando opere di Beethoven, Brahms, C.Franck, Haydn, Paganini, Schubert, Ciaikovsky, Chopin, Smetana. A loro si deve la diffusione delle opere del padre Komitas. In particolar modo, in occasione del centenario della sua nascita, pubblicarono un disco delle sue musiche.