Guerra o Amicizia?

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Fra  Armenia e Turchia

 

GUERRA  O  AMICIZIA ?

 

            Capita sovente, parlando con un connazionale “benpensante”, sentirsi dire che l’Armenia o gli Armeni devono  rappacificarsi con i turchi, poiché l’alternativa alla pace sarebbe la guerra. E dato che una guerra contro la Turchia significherebbe il suicidio dell’Armenia, nessuno può essere così incosciente da fomentare l’inimicizia nei confronti della Turchia.

            Ma l’alternativa alla guerra è solo la pace,  l’amicizia ?

            Innanzitutto per vedere qual è l’atteggiamento della Turchia nei confronti degli armeni vanno citati alcuni esempi di come  essi sono considerati  in Turchia. E’ noto il quotidiano stillicidio di vessazioni che colpiscono la comunità armena residente in Turchia.

In genere l’origine armena di uno, in quel paese, viene sbandierata non come una semplice curiosità, ma  a mo’ di accusa e  sovente di offesa, o quasi.

Tempo fa, per denigrare ulteriormente il capo curdo Abdullah Ocalan alcuni giornali turchi avevano scritto che egli era di origine armena; affermazione, questa, completamente falsa. Analoga  “accusa” è stata rivolta al rettore dell’università di Van, il cui nonno era un armeno rinnegato.

Il compianto Hrant Dink, “reo” di aver pubblicato la notizia che la figlia adottiva di Mustafa Kemal Atatürk era di origine armena, è stato chiamato al telefono dal vice-prefetto di Costatinopoli che, con modi arroganti, lo ha invitato in prefettura per produrre le prove  dimostranti la veridicità di quanto da lui affermato. Ma che cosa c’entra l’origine armena della figlia adottiva di Kemal? Perché un’origine armena deve essere qualcosa di riprovevole? Facciamo un paragone, anche Anita Garibaldi non era italiana, ma nessuno si è mai sognato di considerare negativamente questo fatto.

            Inoltre qual è l’atteggiamento dei turchi nei confronti degli armeni? Certamente, non si può generalizzare ed affermare che sono tutti nemici degli armeni. In fin dei conti i funerali di Hrant Dink  hanno dimostrato che a fianco dei “turchi cattivi” ci sono anche i “turchi buoni”. Ma di “turchi buoni” ce ne sono sempre stati, prima, durante e dopo il genocidio. Il fatto è che sono molti di più i “turchi cattivi” che non i “turchi buoni”; infatti fra i turchi c’è una grossa percentuale di xenofobia aggressiva anti-armena. In tutti i paesi del mondo vi sono teste calde, terroristi, nazionalisti fanatici, ma si tratta di gruppuscoli esigui, senza un seguito popolare per cui non costituiscono un problema politico; tutt’al più sono un problema di polizia o dei servizi segreti. In Turchia, invece, il nazionalismo aggressivo è un fenomeno di massa, che condiziona pesantemente la politica. Potrà essere spiacevole dover affermare ciò, poiché pubblicamente sempre si afferma che non esistono popoli buoni o popoli cattivi, ma singole persone buone o cattive in ogni popolo e quindi  non sarebbe “politicamente corretto” lanciare un’accusa simile ai turchi, ma, a parte il fatto che il termine “politicamente corretto” più che altro è un eufemismo, sinonimo di ipocrisia, questa è la realtà che non può essere sottaciuta soltanto per non essere politicamente scorretti. Infatti ciò si è visto non solo in Turchia, ma anche in altri paesi ove vi sono comunità turche. In Bulgaria il partito che rappresenta la locale comunità turca si è rifiutato di riconoscere il genocidio armeno. A New York il 22 aprile scorso dei turchi hanno manifestato contro gli armeni. A Lione due anni fa dei dimostranti turchi hanno assalito e selvaggiamente picchiato dei giovani armeni che raccoglievano firme contro l’adesione della Turchia all’Unione Europea. E si possono citare a questo proposito molti altri esempi che confutano le affermazioni di quanti ritengono che i turchi sono anti armeni perché ignorano la vera storia dei rapporti turco-armeni dato che nella loro patria sono stati tenuti all’oscuro di ciò. Sono tutte pietose bugie, loro sanno benissimo ciò che è stato fatto agli armeni e non per nulla, nel corso della succitata aggressione anti-armena di Lione i turchi gridavano “Faremo a voi ciò che i nostri nonni han fatto ai vostri nonni”. Sono tutte pietose bugie anche perché, ammesso che in Turchia vengano tenuti all’oscuro, una volta emigrati all’estero, nei paesi occidentali, avrebbero avuto mille occasioni per conoscere la realtà dei fatti e ricredersi su certe idee preconcette.

            Quindi la “cattiveria turca” non è solo una prerogativa dei turchi di Turchia, Ma si estende anche ai loro connazionali trasferitisi in Europa ed in America. E questo dovrebbe  indurre a meditare   tutti coloro che si sbracciano per l’ingresso della Turchia in Europa.

            Alla Turchia era stata offerta un’ottima occasione per rappacificarsi con gli armeni, “a costo zero”, allorquando l’Armenia divenuta indipendente con il crollo dell’Unione Sovietica, tese la mano alla Turchia proponendo di stabilire normali rapporti, senza nessuna precondizione. L’Armenia, cioè, rinunciava a chiedere il riconoscimento del genocidio quale conditio sine qua non per stabilire rapporti diplomatici con la Turchia. Più di così che cosa poteva fare?! Per tutta risposta la Turchia, sfacciatamente ed arrogantemente com’è suo costume, pretese che gli armeni cedessero il Karabagh all’Azerbaigian e che cessassero, anche nella diaspora, l’attività volta a far riconoscere il genocidio. Inoltre chiuse il confine con l’Armenia.

Va qui notato che in tutta questa faccenda era l’Armenia, in quanto parte offesa, che avrebbe dovuto porre condizioni , e non la Turchia. Questo dimostra quanto quest’ultima sia sfacciata ed arrogante.

            Se questo è l’atteggiamento turco come si può pretendere che si addivenga ad una rappacificazione. E poi l’Armenia ha veramente interesse nello stabilire rapporti amichevoli con la Turchia? Alcuni, in particolare uomini d’affari, si sbracciano per affermare che la chiusura del confine armeno-turco impedisce  il decollo economico dell’Armenia che, perciò, dovrebbe essere più flessibile nei confronti di Ankara. Ma è veramente utile l’apertura del confine armeno-turco? Se la Turchia lo ha chiuso in assenza di qualsivoglia atto ostile dell’Armenia nei suoi confronti, come ci si può fidare ad instradare gli scambi commerciali da e per l’Armenia, passando dal territorio turco? Infatti l’Armenia, in questo caso, dovrebbe sottostare ad una spada di Damocle turca poiché il confine, così come è stato chiuso senza che l’Armenia avesse fatto nulla contro la Turchia, potrebbe sempre venire chiuso a completa discrezione della Turchia  che lo aprirebbe o lo chiuderebbe a a suo piacimento e cioè a seconda di quanto l’Armenia sottosta ai diktat turchi. La Turchia verrebbe così a detenere nelle proprie mani le chiavi dell’economia, e quindi della politica, dell’Armenia la quale, per poter tenere sempre pervio il confine, dovrebbe adattarsi a divenire, nel migliore dei casi, un protettorato turco.

            Inoltre, una volta aperto il confine e fatta la pace con la Turchia l’Armenia cesserebbe di divenire un diaframma separante i due Stati turchi, Turchia ed Azerbaigian, e diverrebbe , invece un ponte che unisce questi due Stati, con tutto ciò che ne consegue. In fin dei conti il pesce grande ha sempre mangiato il pesce piccolo, a meno che quest’ultimo non sia fisicamente separato da quello.

            Affinché vi sia un realistico e non suicida rapporto con la Turchia è necessario che vi sia un riequilibrio delle forze e che cioè l’Armenia divenga molto più forte al punto da non dover temere l’espansionismo turco.

            Ma vi è un altro fatto. Anche se l’Armenia si prostra dinanzi alla Turchia, rinuncia al riconoscimento del genocidio ed a tutte le pretese ad esso connesse, abbandona il Karabagh e, in genere, fa tutto ciò che la Turchia vuole, questa non sarà mai contenta poiché ciò che essa ha fatto nei confronti degli armeni è stato talmente tragico ed atroce che ci saranno sempre degli armeni che reclameranno giustizia: oggi, fra cento o fra mille anni. Ed è la coscienza di questo fatto a turbare i sonni dei turchi che perciò sono e saranno sempre nemici degli armeni, come, d’altronde, dimostrano ogni giorno. Poiché sanno che fintanto che vi saranno degli armeni  ci potrà essere sempre qualcuno che reclamerà giustizia, anche se lo Stato armeno, ufficialmente, abbia rinunciato a qualsiasi pretesa, non solo materiale, ma anche morale.

La Turchia vuole un’Armenia debole, da poter assoggettare come,  quando e quanto vuole. Ed è per questo motivo che essa insiste tanto perché l’Armenia ceda il Karabagh all’Azerbaigian; poiché fino a quando questa regione è in mano degli armeni, l’Armenia è più forte, non essendo vulnerabile il suo confine orientale.

            Perciò se la guerra contro la Turchia sarebbe una pura follia, pure la strada della rappacificazione non è praticabile. L’unica politica realistica, e non solo da parte dell’Armenia in quanto Stato, ma anche del singolo armeno nei confronti  della maggioranza antiarmena dei turchi, non può essere che quella  di intrattenere dei rapporti freddi, molto freddi, come d’altronde sta facendo il governo armeno.

            Ed a questo proposito sarebbe bene spendere due parole su quelle iniziative che sorgono qua e là, non si sa bene da chi patrocinate ed a quale scopo, per favorire un disgelo armeno turco. Sono convegni, incontri di studiosi,giornalisti od artisti,  seminari, tavole rotonde,  con la partecipazioni di armeni, di turchi ed a volte di stranieri, nella veste di moderatori. Trattasi di incontri  a livello non governativo, ma di iniziative di enti od istituzioni private o pubbliche che, a volte, forse possono anche essere stati sollecitati dai governi di vari Stati che, per varie ragioni, preferiscono non esporsi in prima persona; come è stato il caso degli Stati Uniti in occasione della Commissione di Rappacificazione Armeno Turca, nota con l’acronimo di TARC e che è miserabilmente fallita, come lo saranno altre iniziative consimili. Infatti il problema di fondo riguardante questi incontri qual’é? Se veramente si vuole fare rappacificare le due parti (cosa, come s’è visto, molto opinabile) bisogna innanzitutto compiere un atto di giustizia. La vittima ed il carnefice non potranno fare mai la pace fintanto che il carnefice non abbia ammesso la propria colpa, non si sia sinceramente pentito, non abbia chiesto perdono, non abbia espiato la propria pena e non abbia corrisposto un giusto indennizzo. Se non si accettano queste condizioni qualsiasi discorso sulla rappacificazione (sarebbe meglio definirla “cessazione dell’inimicizia”) non ha assolutamente senso e diventa solamente, nel migliore dei casi, una perdita di tempo. Mentre nella realtà è un astuto mezzo messo in atto dalla Turchia per menar il can per l’aia e far credere all’opinione pubblica mondiale –oggi più che ieri  conscia del fatto che gli armeni hanno subito un genocidio- che armeni e turchi stanno facendo la pace e quindi “Signori europei ed americani, non disturbateci con le pretese di far riconoscere il genocidio, poiché gli armeni stanno già trattando con noi turchi”. In tutto questo astuto intrallazzo turco sono caduti e continuano a cadere vari armeni, chi per eccesso di ingenuità, chi perché è un illuso, chi perché è interessato a fare affari in Turchia, chi perché vuol mettersi in mostra e chi perché è un gonzo abbindolato dai turchi. E non dimentichiamo poi che, in questo tipo di iniziative, anche il più cretino degli armeni che vi sia coinvolto- e che, in quanto cretino, rappresenta a malapena neanche se stesso, ma poiché è stato per sei mesi vice-presidente di una bocciofila di paese  si sente un’autorità- viene presentato dai turchi all’opinione pubblica mondiale,  come “rappresentante degli armeni”. E quindi questi armeni che, consapevolmente o meno, si prestano al gioco turco, non fanno altro che divenire degli strumenti in mano alla propaganda turca. Alcuni di essi credono di essere fin troppo astuti e di non cadere nella trappola turca; ma spesso l’eccessiva astuzia confina con la  stupidità. Anche perché, in fatto di astuzia e diplomazia, i turchi sono dei maestri.  Non dimentichiamo, poi, che vi sono certe situazioni in cui anche il singolo armeno che non riveste nessuna carica ufficiale e che, quindi rappresenta solo se stesso, deve saper agire con la necessaria oculatezza e diplomazia per non portare nocumento agli interessi dell’intera nazione armena.

            Concludendo, è possibile per gli armeni un rapporto con i turchi, ma va fatto con quei turchi che preventivamente soddisfano le seguenti due condizioni:

1-Riconoscono che vi è stato un genocidio e sono sinceramente pentiti

2-Ammettono che gli armeni hanno diritto ad un giusto indennizzo, anche territoriale.

Se vi sono dei turchi che soddisfano queste due condizioni, non vi è nessun ostacolo ad incontrarli ed a discutere delle reciproche relazioni o partecipare con essi ad iniziative comuni(culturali, economiche ecc.); poiché significa che questi turchi sono sinceramente desiderosi di addivenire ad un accordo e non perseguono secondi, ed inconfessabili, fini. Ma se, cosa più probabile, si tratta di turchi che-siano essi espressione del governo (o dello “Stato profondo” che costituisce il governo occulto di quel paese) o della società civile-  non accettano preventivamente queste condizioni, ciò significa che non sono sinceri, ma vogliono ancora una volta ingannarci ed usare i loro interlocutori armeni quali specchietto per le allodole al solo scopo di neutralizzare le richieste di riconoscimento del genocidio. Quindi di fronte ad un simile approccio turco la risposta armena, dei singoli o delle istituzioni, non può  essere la mano tesa, ma il mantenimento di un tono molto risentito, di rapporti ad un livello il più basso possibile e ad un atteggiamento freddo più del ghiaccio.

            Non dimentichiamo, infine, che per bocca del proprio presidente l’Armenia ha dichiarato che il riconoscimento del genocidio da parte turca non è solo un problema di natura morale, ma è squisitamente una questione politica, poiché solo  un completo , leale e sincero riconoscimento del genocidio potrà essere una garanzia, per gli armeni, che una simile tragedia non si possa ripetere in futuro. Anche perché, meno di quindici anni fa il presidente turco di allora, Ozal, minacciò l’Armenia di un secondo genocidio.