
OMAGGIO ALLA MEMORIA DI HRANT PAMBAKIAN
Con i suoi cento anni d’età non era soltanto il decano della comunità armena d’Italia; né era -in quanto ultimo sopravvissuto di quanti, una cinquantina d’anni fa, diedero un nuovo impulso alla comunità armena di Milano con la costruzione della chiesa e la fondazione della Casa Armena- semplicemente un testimone di un passato, il rappresentante d’una generazione. Hrant Pambakian era molto di più. Definirlo “un fervente armeno”,come abitualmente si fa in simili circostanze, sarebbe riduttivo nei confronti della sua ricca personalità e dell’attività da lui svolta in più d’un settantennio.
Lo scomparso fu un armeno fino al midollo delle ossa e nei confronti della sua nazione ebbe una dedizione totale. Servì l’armenità in tutti i campi, dalla cultura, alla Chiesa, alla Causa Armena, allo sport, alla beneficenza. In questo senso si distinse da molti altri armeni che furono attivi soltanto in un campo, mentre lui ebbe la dote di poter operare a 360 gradi per tutto ciò che riguardava l’Armenia e gli armeni: arte, musica, religione, politica, associazionismo.
A lui dobbiamo la fortunata mostra dell’architettura armena che alcuni decenni fa, facendo il giro del mondo, servì a far conoscere a molti il nostro popolo e la nostra cultura. Lui fu, per decenni, il maestro di cappella della chiesa armena di Milano; lui fu fra i promotori del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena; lui fu, infine, il motore di molte iniziative volte a riconoscere i sacrosanti diritti degli armeni.
La sua biografia è comparsa nell’ edizione del 1965 dell’ “Almanacco di tutti” di Garò Kevorkian, dal quale qui riportiamo la parte principale.
“Nacque a Smirne – Karatash il 23 novembre 1906.Compì gli studi elementari nella scuola armena del quartiere e poi presso l’istituto dei Mechitaristi di Vienna. Successivamente frequentò il collegio francese Sacre Coeur, ma quando stava per terminare il ciclo di studi, scoppiò il dramma dell’Asia Minore (=la conquista di Smirne da parte delle truppe kemaliste ed il successivo massacro di armeni e greci) e nell’autunno del 1922 con la famiglia emigrò in Grecia, mentre suo padre fu vittima della barbarie dei kemalisti.
Si stabilirono ad Atene ove per un breve periodo lavorò come aiutante di un farmacista e successivamente si impiegò presso la ditta Kodak. Nel corso di alcuni anni si specializzò nell’arte fotografica e progredì così tanto che nel 1928, alla mostra fotografica di Londra vinse due medaglie d’argento. In quel periodo gli fu affidato l’incarico di fotografare a colori il matrimonio dell’erede al trono, e successivo re di Grecia, Giorgio; incarico che svolse con grande successo.
Licenziatosi dalla Kodak, con il fratello Vasken e con Hamo Mehrabian (successivamente sacerdote in Argentina) aprì un laboratorio fotografico che alcuni anni dopo fu chiuso allorquando i fratelli Pambakian, per fuggire dai pericoli della guerra civile, verso la fine del 1944 si rifugiarono a Vienna. Per strada, sul suolo yugoslavo, sua moglie Asaduhì ed il figlioletto, Onnig, furono vittime di un bombardamento aereo. Dopo sei mesi i due fratelli passarono a Venezia e lì, assieme ad altri due giovani emigranti armeni, aprirono lo studio fotografico Foto Record. E l’attività nel corso degli anni si sviluppò specialmente quando iniziarono ad occuparsi dello sviluppo di film a colori. E’ in questo periodo che ebbero l’occasione di collaborare con la Congregazione Mechitarista, occupandosi della decorazione e della riproduzione a colori di quadri per il numero speciale post-bellico della rivista “Keghuni”.
Venezia, però, con il suo ambito ristretto non forniva la possibilità di svilupparsi ulteriormente. Per questo motivo nel 1948 si trasferirono a Milano.
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Hrant Pambakian , per un ventennio, ha avuto una feconda attività ad Atene. Membro del Dashnagtzutiun dal 1925, è stato membro di direttivi di partito come pure delle direzioni distrettuale e regionale della Croce Rossa Armena di Grecia. E’ stato fra i fondatori, assieme a Kevork Garvarentz e Krikor Keyegian, della Casa della Cultura Armena di Atene. Per lunghi anni fu segretario del Homenetmen (Unione Generale Sportiva Armena) partecipando anche alle iniziative atletiche e scoutistiche. Infine, spesso collaborò con articoli scientifici o di altro genere, con il quotidiano (armeno) di Atene “Nor or” . In sintesi è stato uno delle personalità attive della comunità armena di Atene di prima della seconda guerra mondiale”
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Ma non è tutto. A lui dobbiamo la trascrizione degli spartiti pubblicati nel 1937 sul canzoniere armeno “Nor knar”.
Trasferitosi A Milano, continuò la sua indefessa attività armena. Oltre ad essere il maestro di cappella della chiesa armena, innumerevoli volte istruì un coro in occasione di varie manifestazioni alla Casa Armena. Fu spesso oltre che l’ispiratore, anche l’organizzatore di serate culturali. Accanto a ciò, non abbandonò mai la penna e spesso collaborò con il quotidiano armeno di Parigi “Haratch”. Fu inoltre molto attivo nell’Unione degli Armeni d’Italia, della quale fu anche presidente e a nome della quale in molteplici occasioni si adoperò per il riconoscimento dei diritti degli armeni. Ebbe fecondi rapporti di collaborazione con enti culturali dell’Armenia Sovietica ove compì frequenti viaggi. Nel corso di uno di essi un suo interlocutore, affascinato dalla sua preparazione e cultura, rimase sbalordito nell’apprendere che Hrant Pambakian non era laureato . “Non è possibile” disse. Infatti lo scomparso, oltre ad essere molto attivo, era anche un uomo molto colto.
Ecco, è rimasta orfana di una personalità di questo calibro la comunità armena d’Italia.
Un uomo dai molteplici interessi, con una non comune preparazione, con una grande capacità d’azione e con un altrettanto grande spirito di servizio a favore del proprio popolo. Un uomo non comune, che ha dato molto, che sarà a lungo ricordato e che, specialmente, sarà additato ad esempio alle future generazioni.