Poesia di Akn

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LA  POESIA  POPOLARE  DI AKN

 

Il nome di Vahan Kuyumgian forse a molti non dirà nulla; eppure quest’uomo è stato uno dei più grandi benemeriti della cultura armena, avendo salvato da sicura ed irreparabile perdita quell’ inestimabile patrimonio che è costituito dalla  poesia popolare di Akn.

Akn, attualmente Kemalye in Turchia, è una cittadina dell’Armenia Minore sulla riva destra dell’Eufrate. Luogo d’una grande bellezza naturale, ricca di corsi d’acqua, di vegetazione e di splendidi panorami, questa città ed i suoi dintorni  venivano decantati come sito  ideale per l’ispirazione di poeti. Non per nulla è di questa regione la più ricca e significativa produzione di poesia popolare armena. E non è certamente un caso che molti fra i più rinomati scrittori armeni siano nativi od originari di questa terra. Per citarne alcuni fra i più noti basterà ricordare Arpiar Arpiarian, Krikor Zohrab, Siamanto, Missak Medzarentz, Anayis, Arshag Ciobanian; oltre ad una miriade di “scrittori minori”.

La presenza armena in questa contrada risale ufficialmente all’inizio dell’XI° secolo allorquando il re armeno di Van, Senekerim, cedette il suo regno a Bisanzio ed in cambio ottenne delle terre per sé ed il suo popolo che si trasferì, fra le altre città, anche ad Akn; sebbene  questa zona sicuramente deve essere stata abitata  anche in precedenza da armeni.

La poesia popolare che venne creata ad  Akn costituirebbe, secondo gli studiosi, una parte ,  molto significativa sia qualitativamente che quantitativamente, della poesia popolare nota come “hayren” che a sua volta sarebbe la diretta erede e continuatrice della poesia popolare dell’epoca pre-cristiana.  Nell’ambito della poesia popolare di Akn e dintorni sono note, oltre ai “hayren”, anche le composizioni denominate “andunì”. Non è nota l’etimologia di questo nome. Alcuni prospettano l’ipotesi che , trattandosi spesso di canti di emigrati, questo termine significhi “senza casa”. Altri pensano che sia derivato dal nome di un ipotetico Antonio (Andon, in armeno) autore di molti di questi testi. Altri infine propendono che andunì sia formata dal privativo “an” e dal sostantivo “dun”(casa) che però, per traslato, significherebbe anche moglie, famiglia, figli e che quindi si adatterebbe ai vari soggetti trattati da questa poesia: amore, emigrazione, lutto. 

Secondo Vahan Kuyumgian, che ha raccolto, trascritto e studiato il maggior numero di queste composizioni, i “hayren” sarebbero delle poesie atte a suscitare emozioni, senza una particolare metrica; mentre gli “andunì” sarebbero principalmente  poesie, o canti; d’amore: di solito delle quartine da quindici sillabe per riga o delle ottave formate da righe alternativamente di sette ed otto sillabe che seguirebbero, così,a differenza dei “hayren”, le regole dell’antica metrica armena. Ma vi sono anche composizioni più lunghe che raggiungono una trentina di righe.  Non si sa se tutti questi siano dei canti indipendenti l’uno dall’altro o costituiscano i frammenti di un lungo poema, com’è il caso di David di Sassun.

La lingua di queste composizioni  è, per così dire, un armeno moderno un po’ arcaico nel quale sono frequenti le forme tipiche del grabar (armeno antico). Trattandosi poi di poesia popolare non mancano termini di derivazione turca, persiana o araba.

Vi sono, infine, dei “hayren” in turco, sempre ad Akn, noti con il nome di “alegözlü”.

I temi trattati  in questi canti popolari sono oltre all’amore,

 

“Al sole di ieri vidi una bella,

Voltai il  viso verso  lei per guardarla;

I capelli del tuo volto sembrano seta,

Quando soffia quel vento uno ad uno li sperde”

 

oppure

 

“Quando ti alzi al mattino sorge il sole,

Quando apri la tua bocca, gocciola miele;

Vieni mia cara, parliamo dolcemente,

e che coli sangue dal cuore dei nemici”

 

 

 la morte, il lutto,

 

“Vennero su di lui le madri straniere,

Vennero su di lui le sorelle straniere,

Vennero gli stranieri e piansero

Lo seppellirono in terra straniera…”

 

l’emigrazione

 

“Sono sette anni, mio caro, che t’ho preso

Dai dispiaceri sono divenuta cenere;

Questa lettera l’ho scritta con le lacrime;

Vieni a casa, ritorna, mio signore, ritorna,

Non voglio regali, prendi il tuo sole e ritorna”

 

 

oppure

 

“Prendo in mano la penna, dico dove sono,

Scrivo a te gli amori del mio cuore,

Credimi che non mi esci mai dalla mente

Posta in Dio la speranza, sempre paziento”.

 

Vi sono inoltre ninne-nanne,  canti per il matrimonio e canti di accompagnamento alle danze ed infine vi sono delle poesie scherzose o canzonatorie.

 

Questi canti popolari erano ancora in auge nella seconda metà del  diciannovesimo secolo, ma già cominciavano ad essere dimenticati e ricordati solo da persone di una certa età e fra queste non tutte sapevano cantarli, ma li recitavano solamente. La musica di una ventina di questi canti è stata trascritta e pubblicata dal reverendo Gomidas; mentre altri musicisti hanno trascritto qualche altro brano. Vari autori e studiosi del folklore armeno, e fra essi in particolar modo Arshag Ciobanian, Manug Abeghian e Assadur Mnatzaganian, hanno raccolto e pubblicato numerose poesie popolari di Akn; ma colui che ha raccolto e salvato da sicuro oblio il più voluminoso corpus di questa poesia popolare è stato sicuramente Vahan Kuyumgian. Nato egli stesso di Akn nel 1880, frequentò il prestigioso liceo “Sanassarian” di Erzerum dal quale si diplomò nel 1900 per dedicarsi all’insegnamento in varie città, fra cui la stessa Akn ove, con grande abnegazione e perseveranza, raccolse  un gran numero di canti popolari. Nell’ambito di questa sua attività adottò un particolare metodo che non consisteva nel farsi recitare da un anziano una di queste poesie, ma cercò sempre di radunare assieme dieci-quindici signore per farle recitare ciò che sapevano. Come si è detto la musica di questi canti era quasi dimenticata e quando chiedeva alle signore di cantare, quella fra le presenti che si ricordava, assumeva una posizione solenne, portava la mano all’orecchio, iniziava a pronunciare qualche esclamazione e poi cantava due o tre righe di un “andunì” al termine esclamando “Ecco, cantavano così”. Nessuna aveva potuto cantare un ”andunì” intero. Ormai questo genere musicale era dimenticato.

Dopo aver trascritto, e quindi salvato, centinaia di brani di poesia popolare, un altro avvenimento mise in pericolo quanto era stato raccolto: il genocidio. Nel 1915 Vahan Kuyumgian si trovava ad Adapazar, nei pressi di Nicomedia (attuale Izmit, in prossimità del mar di Marmara) e, in quanto deportato al pari degli altri armeni, fu costretto in poche ore a vendere –o meglio, svendere- tutto ciò che aveva per unirsi alla carovana dei deportati. Lasciò lì anche tutta la sua biblioteca e prese con sé soltanto il blocco di fogli sui quali aveva trascritto i canti popolari di Akn. Avvolse il tutto in una coperta e si mise in marcia con il chiaro proposito di salvare ad ogni costo quelle carte e di non separarsi da esse se non in caso di morte. Con grossi sacrifici riuscì a trovare un temporaneo alloggio in un albergo di Konya e lì, preoccupato per un’eventuale perdita della raccolta di canti popolari, decise di farne una copia. Cosa che fece sua moglie, passando delle notti insonni, intenta a ricopiare alla luce di una fioca lampada. Per sua fortuna Vahan Kuyumgian riuscì a fuggire e ad unirsi, come interprete, ad un reparto militare tedesco che operava sulle montagne del Tauro. Cosicchè si salvò dallo sterminio ed al termine della prima guerra mondiale ebbe la soddisfazione di aver salvato quel patrimonio di folklore popolare armeno che è costituito dai canti popolari di Akn. Successivamente tutto il materiale raccolto lo mise a disposizione dell’Associazione Compatriottica di Akn che lo pubblicò interamente nel 1952 in un grosso volume dedicato alla memoria di questa città.