La Capitale dell'Armenia

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LA  CAPITALE  DELL’  ARMENIA   NON  E’  BRUXELLES

 

 

Più o meno così  si è espresso l’ex presidente dell’Armenia, Kociarian, allorquando gli si è fatto notare che da parte di organismi comunitari europei erano state mosse numerose critiche all’Armenia.

Per carità, in quel paese ci sono molte cose che non vanno e possono essere criticate: la corruzione, lo strapotere degli oligarchi, la diffusa indigenza, le tendenze autoritarie, l’incostante rispetto dei diritti civili ecc.

Ma tutto ciò ha un motivo che va ricercato nei settanta anni di regime sovietico che hanno letteralmente sconvolto valori e tradizioni plurisecolari trasformando onesti e laboriosi cittadini in persone spesso costrette a rubare per poter sopravvivere. A ciò si aggiunga la particolare situazione in cui si trova l’Armenia, circondata da nemici desiderosi di annientarla. E questa affermazione non fa parte di una retorica anacronistica, retaggio del genocidio di quasi un secolo fa, ma è, sfortunatamente, la dura realtà di oggi. L’Azerbaigian non ha mai nascosto le sue mire non solo sul Karabagh, ma su tutta la parte meridionale dell’Armenia; mentre la Turchia, oltre ad essere stata in procinto di invadere l’Armenia una quindicina di anni fa, continua ad avere un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Se poi a tutto ciò aggiungiamo i pogrom anti armeni di una ventina d’anni fa in Azerbaigian, è chiaro perché  l’Armenia sia  sempre sul chi vive.

E’ in gioco non solo l’indipendenza dello Stato, ma anche la sopravvivenza fisica dei suoi abitanti. Perciò non possono essere valutati con il metro del tranquillo, pacifico e pacifista Occidente i fatti che avvengono in Armenia ed il comportamento dei suoi dirigenti. Inoltre non va dimenticato che lo standard di civiltà dei paesi occidentali non è stato raggiunto nel giro di pochi decenni, ma è stato il frutto di un continuo progresso che si è svolto nel corso di alcuni secoli; mentre gli Armeni, sotto questo punto di vista, hanno avuto una storia, a tutt’oggi, completamente differente e molto più penalizzante. Quindi non è realistico attendersi dall’Armenia in pochi anni ciò che altri hanno raggiunto, in condizioni molto più favorevoli, nel corso di alcuni secoli.

Tutto ciò, sia ben chiaro, non viene detto per giustificare ciò che avviene in Armenia, ma prima di giudicare bisogna capire. Perciò quei pingui euro-burocrati che, lautamente pagati, ogni tanto fanno una capatina in Armenia per tranciare giudizi e sparare critiche a raffica, dovrebbero prima avere l’umiltà di cercare di comprendere e poi soltanto potrebbero permettersi di giudicare o criticare.

Ma non c’è solo questo alla base delle critiche. C’è, ovviamente, il sordo lavorio della Turchia con le lobby ad essa collegate che con  vari mezzi –tralasciamo se tutti leciti-  influenzano in senso anti-armeno l’attività di istituzioni, ed il mondo dei politici, della stampa e delle università.

Oltre a  ciò c’è qualcosa di più e quel qualcosa è costituito dal fatto che l’Armenia dà fastidio.

L’Armenia dà fastidio per due motivi. Il primo è il Karabagh. L’Occidente la cui propaganda politica, oltre che la pubblica opinione, è basata sulla democrazia –la sua tutela e la sua esportazione- e sui diritti umani ed il loro rispetto in tutto il mondo, come può giustificare il diniego a riconoscere l’indipendenza del Karabagh?

Se una popolazione di una regione, piccola o grande che essa sia, reclama l’indipendenza, come gliela si può negare da parte di chi si professa paladino della democrazia? Non c’è una contraddizione nel proclamarsi democratici e, al contempo, nel negare il diritto all’autodeterminazione di una popolazione? E lo si nega in base a che cosa? All’immodificabilità dei confini; cosa, questa,  che non significa altro se non il mantenimento del dominio di uno Stato o di una nazione su una popolazione che questo dominio non lo vuole. E poi chi l’ha detto che i confini non sono modificabili?! Negli ultimi venti anni se ne sono modificati parecchi, dando origine a nuove entità statali indipendenti: l’Eritrea si è distaccata dall’Etiopia, la Slovacchia dalla Cecoslovacchia; per non parlare della Yugoslavia e del Kossovo. Ma quando si tratta dell’Armenia e specificatamente del Karabagh, dal cilindro degli illusionisti della politica internazionale salta fuori il principio dell’immodificabilità dei confini e dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian che, nei confronti del Karabagh ha fatto di più, e peggio, di quanto ha fatto la Serbia nei confronti del Kossovo, con la  differenza che la NATO ha bombardato Belgrado, ma non si è lontanamente sognata di bombardare Baku ed, inoltre il Kossovo ha visto riconosciuta la propria indipendenza, mentre il Karabagh no.

Quindi lasciamo stare i grandi e nobili principi di democrazia e rispetto dei diritti umani per ammettere che in tutta questa faccenda l’unico principio su cui si sono basati è stato il tornaconto politico-economico: non scontentare la Turchia, potente alleata della NATO, e ingraziarsi l’Azerbaigian, che oltre ad essere protetto dalla Turchia è ricco di giacimenti petroliferi che fanno gola all’Occidente. Ma per tenersi buoni Ankara e Baku è necessario mettere la sordina all’Armenia approfittando di ogni occasione per annichilirla, con critiche, rilievi ed anche minacce.

Il secondo motivo per cui l’Armenia dà fastidio è legato al genocidio. Anche qui, come possono i paladini della democrazia e dei diritti umani, lasciar passare  sotto silenzio l’atteggiamento negazionista della Turchia e la sua chiara ostilità nei confronti dell’Armenia? I tanto vantati nobili principi contrastano con la pratica politica di amicizia ed alleanza con la Turchia e quindi, per non esacerbare questa contraddizione, va messa la sordina all’Armenia. Ed il mezzo migliore per raggiungere questo obiettivo è consistito nella tentata rivoluzione arancione dei mesi di febbraio e marzo in Armenia. I fatti sono noti: in seguito alle elezioni presidenziali del 19 febbraio scorso il candidato sconfitto, approfittando del vasto scontento popolare per la grave situazione socio-economica che c’è in Armenia, non ha accettato il risultato delle votazioni e sebbene i voti a favore del candidato vincente fossero due volte e mezzo di più di quanto da lui totalizzato, ha dato inizio ad una campagna di odio proclamando che lui era il vincitore delle elezioni e pretendendo una nuova votazione. Questa astiosa campagna, dai toni sempre più accesi, ha condotto ai moti di piazza  del primo marzo che hanno causato dieci morti e numerosi feriti. In tutta questa vicenda c’è stato lo zampino dell’Occidente che ha approfittato dell’occasione per provocare una rivoluzione arancione, come già fatto in Ucraina e Georgia, per sottrarre l’Armenia al protettorato russo e farla entrare nell’orbita degli Stati Uniti, in funzione sia anti-Russia che anti-Iran. Cosa, questa, che significherebbe la morte dell’Armenia poiché la Russia è l’unica a proteggerla dalla minaccia turca, mentre l’Iran è un paese amico che consente il transito delle merci da e per l’Armenia ( i cui confini sono bloccati dalla Turchia e dall’Azerbaigian) alla quale, inoltre, fornisce gas.

Ma, dato che la rivoluzione in Armenia non c’è stata (o è abortita), si è dato fuoco alle polveri delle critiche al comportamento tenuto dal governo prima, durante e dopo questi fatti; cosicché un giorno sì e l’altro pure sono piovute critiche da Washington e Bruxelles su questo o quell’aspetto della condotta del governo. Ciò che farebbe ridere, se non si trattasse di fatti estremamente seri e gravi, è l’atteggiamento assunto in occasione delle elezioni presidenziali del 19 febbraio. Il giorno dopo i vari osservatori occidentali hanno proclamato che nel complesso le votazioni si erano svolte regolarmente e nel rispetto delle norme e degli standard internazionali. Dopo qualche settimana però, avendo visto che l’opposizione andava aumentano e che già qualcuno si apprestava a saltare sul carro del presunto prossimo vincitore, rinnegando quanto da essi stessi asserito poche settimane prima, hanno affermato che nelle  elezioni vi erano state molte irregolarità! Lo zampino dell’Occidente è divenuto ancor più evidente quando si è visto che l’opposizione era dotata di notevoli risorse finanziarie con le quali pagava i numerosi manifestanti presso i quali sono state trovate anche armi da fuoco con le quali sono stati feriti una quarantina di tutori dell’ordine, due dei quali sono morti.

E’ ovvio che queste somme di denaro non vengono elargite direttamente dalle ambasciate –e l’ambasciata USA si è affrettata a smentire le voci che la accusavano di aiutare l’opposizione- ma vi sono mille mezzi per spalleggiare gli scontenti; uno fra essi è costituito dalle varie associazioni umanitarie, o presunte tali, che sono state importate in Armenia dagli Stati Uniti. Questi ultimi si gloriano di regalare ogni anno all’Armenia decine di miliardi di dollari come contributi umanitari. Poi si è visto che gran parte di questi aiuti non vanno dati direttamente ad enti armeni, ma ad associazioni umanitarie americane che operano in Armenia e che li spendono sul posto.

Tutto questo si riconduce a quanto detto prima: bisogna annichilire l’Armenia perché smetta di mettere in imbarazzo l’Occidente con la storia del genocidio. I sommovimenti di febbraio e marzo sono stati un’occasione utile per dare una spallata all’attuale classe dirigente armena e per sostituirla con degli utili idioti che avrebbero messo la sordina al contenzioso con la Turchia e sarebbero stati più utili agli interessi geostrategici delle due sponde dell’Atlantico.

Comunque un risultato lo si è ottenuto: il governo armeno, continuamente subissato di critiche da Washington e Bruxelles, si trova in una posizione indebolita, mentre l’opposizione –forte del sostegno occidentale- non vuol sentire ragione e continua a lanciare ultimatum al governo. Orbene, per quanto sia grave la situazione socio-economica del paese e per quanto il governo disattenda molte aspettative, data la delicata situazione in cui si trova l’Armenia non è il tempo delle divisioni e delle contrapposizioni che farebbero soltanto il gioco dei nemici famelici dell’Armenia, pronti ad ucciderla per spartirsi il suo cadavere.