
ELEZIONI IN ARMENIA
Il 19 febbraio scorso si sono svolte in Armenia le votazioni per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica dato che l’attuale, Robert Kociarian, in carica da due mandati consecutivi, non era più eleggibile in base a quanto disposto dalla Costituzione.
Il candidato più favorito era Serge Sarkissian, attuale presidente del consiglio dei ministri, già ministro della difesa, degli interni e della sicurezza nazionale. In passato è stato capo del Comitato di autodifesa del Karabagh, regione di cui è originario e per la liberazione della quale è stato uno dei principali attivisti alla pari del presidente Kociarian di cui è da più di venti anni il più stretto collaboratore, ed oggi anche il delfino.
Oltre a Serge Sarkissian erano entrati in lizza altri otto candidati, fra cui Artur Baghdassarian, ex presidente del parlamento e capo del partito “Paese legale” e Vahan Hovhannessian, vice-presidente del parlamento e membro di spicco del partito Dashnagtzutiun.
Ma la vera novità di questa campagna elettorale è stata la discesa in campo dell’ex presidente Levon Ter Petrossian, che era stato costretto a dimettersi nel 1998. In tutti questi dieci anni egli era scomparso dalla vita politica essendosi dedicato ai suoi studi filologici ed agli impegni familiari. Dopo questo lungo periodo di silenzio, ad un tratto, nel settembre scorso, riapparve clamorosamente sulla scena politica chiedendo di incontrarsi con la dirigenza del Dashnagtzutiun, partito che lui aveva messo fuori legge, facendone incarcerare i dirigenti. I capi di questo partito, mettendo una pietra sul loro comprensibile rancore, e spinti da un sentimento di pacificazione nazionale,accondiscesero ad incontrarlo, restando ognuno sulle proprie posizioni. Successivamente Ter Petrossian volle incontrarsi con un altro politico che a suo tempo aveva perseguitato: Vazgen Manughian, già ministro della difesa e presidente del consiglio dei ministri.
Pian piano prese così forma la candidatura alla presidenza di Ter Petrossian e attorno a lui si raccolse la diaspora dei suoi vecchi collaboratori e sodali. Iniziò così una campagna politica nella quale l’ex presidente ed ora candidato alla presidenza si scagliò con sempre maggiore violenza contro le autorità in carica, dal presidente Kociarian al suo delfino e candidato presidente Sarkissian. Ter Petrossian li colpì con una serie sempre più pesante di contumelie e di accuse delle peggiori nefandezze tanto da spingere vari osservatori ad invitarlo a moderarsi. Ma ciò non servì a nulla ed egli accentuò sempre più i toni trasformando la sua azione politica in una vera e propria campagna di odio nei confronti dell’avversario. Nei suoi discorsi non comparve il benché minimo programma politico, ma vi era solo odio e livore nei confronti di Kociarian e Sarkissian.
Questi ultimi potevano presentarsi agli elettori avendo al loro attivo alcuni fatti: la stabilità politica di cui ha goduto il paese in questi anni, la discreta crescita economica ed il mantenimento delle posizioni nel Karabagh. Ma la popolazione ha anche vari motivi di scontento: l’insufficiente lotta alla corruzione, l’elevato numero di indigenti e, non ultimo, le tendenze autoritarie nei confronti degli oppositori. Su queste circostanze hanno fatto leva gli altri candidati alla presidenza per raccogliere consensi, senza giungere però all’astio di Ter Petrossian che ha dimostrato soltanto voglia di vendetta e brama di potere.
Sebbene i candidati in lizza fossero nove, ben presto la campagna elettorale si è ridotta ad un duello fra Ter Petrossian e Sarkissian, senza che quest’ultimo scendesse ai livelli astiosi del primo.
Si è giunti così, in un’atmosfera abbastanza incandescente, al giorno delle elezioni che si sono svolte in gran parte nel rispetto delle norme internazionalmente accettate, secondo quanto hanno dichiarato gli osservatori inviati dagli organismi europei. Il risultato fu una vittoria di Sarkissian che, con il 53% dei voti risultò eletto già al primo turno. Ter Petrossian ottenne il 21% dei voti, ma non si diede per vinto, denunciò veri e falsi brogli elettorali e proclamò di essere stato lui il vincitore. La Commissione Elettorale Centrale comunicò i risultati ufficiali che, pur con la correzione di alcuni dati, confermarono la vittoria di Sarkissian. Non pago di ciò Ter Petrossian aizzò la piazza incitandola contro il vincitore, definì pubblicamente “feccia” e “traditore” chi non era con lui; fece occupare dai dimostranti a lui fedeli una delle piazze principali della capitale, organizzò cortei, aizzò gli studenti allo sciopero e proclamò che se ne sarebbe allontanato solo per andare al palazzo presidenziale.
In tutta questa vicenda vanno considerati vari aspetti.
Primo. La non invidiabile situazione socio-economica in cui si trova l’Armenia,come pure la corruzione per cui vi sono molti scontenti, sono in buona parte frutto proprio del regime instaurato da Ter Petrossian il quale mentre tuona contro i brogli elettorali si dimentica che i primi brogli furono attuati proprio da lui durante le elezioni presidenziali del 1996 nel corso delle quali il vincitore, Vazgen Manughian, fu scippato della vittoria da Ter Petrossian stesso che inviò l’esercito per sedare il malcontento della gente che si era ribellata al suo ennesimo sopruso.
Secondo. Vi erano, e vi sono, molti motivi di scontento nei confronti dell’autorità rappresentata da Kociarian e Sarkissian. E’ probabile che tanti elettori, di per sé non tanto favorevoli a Ter Petrossian, abbiano votato a suo favore per colpire Sarkissian. E così pure, molti che votarono a favore di quest’ultimo non lo fecero perché a lui favorevoli, ma per ostacolare l’ascesa di Ter Petrossian.
Terzo. L’influenza di potenze straniere. Vari osservatori, ed in maniera non molto velata, hanno evidenziato il fatto che, per mezzo di Ter Petrossian si è cercato di fare una “rivoluzione arancione” in Armenia, come già fatto in Ucraina ed in Georgia. E’ noto infatti che l’Armenia di Kociarian e Sarkissian è una stretta alleata della Russia. Ed è altresì noto quanto fosse accondiscendente Ter Petrossian nei confronti della Turchia e quanto fosse disposto a concessioni all’Azerbaigian per ciò che riguarda il Karabagh. E questa sua arrendevolezza di fronte ai turco-azeri fu ,poi, la causa delle sue forzate dimissioni nel 1998.
Per avere una visuale da vicino, dall’interno della stessa Armenia, pubblichiamo la traduzione di un articolo pubblicato sul quotidiano “Azg” (Nazione”) all’indomani delle elezioni. Azg è il quotidiano del partito liberal democratico armeno; si pubblica a Yerevan ed è uno dei quotidiani più autorevoli e rispettati della capitale armena. Per la sua appartenenza ad un ben determinato campo politico è un giornale alieno da esagerazioni ed estremismi, essendo anzi apprezzato per la sua moderazione ed il suo equilibrio.
“Forse siamo degni di essere gettati nell’immondezzaio della storia?”
di Ara Martirossian
Che lo si voglia o no l’Armenia di dopo le elezioni differisce dall’Armenia di qualche mese fa. Noi oggi abbiamo un popolo diviso e reciprocamente contrapposto, che non può portare ad altro che alla perdita dello Stato. Questa non è democrazia, poiché nei paesi democratici la minoranza non impone la propria volontà alla maggioranza e le forze che scuotono le fondamenta dello Stato non vengono difese da almeno un quinto degli elettori.
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La situazione attuale dell’Armenia è più pericolosa perché ambiscono al potere le forze antinazionali che pur di conquistare il potere non risparmiano nessuno e non si fermano dinanzi alla scelta dei mezzi.
L’ex presidente Levon Ter Petrossian, di fatto, ha scelto il metodo bolscevico per la lotta politica e la conquista del potere. Definendo “feccia” o “traditore” tutte quelle forze e persone che non sono al suo fianco -che altro non è che lo slogan bolscevico “Chi non è con noi è contro di noi”- dividendo le persone in “pro-Levon” e “pro Serge”, in originari del Karabagh e dell’Armenia, e dividendoli in molte altre fazioni ed aizzandoli l’una contro l’altra, l’ex presidente giunge all’idea bolscevica della “sconfitta del proprio paese” lanciata durante la prima guerra mondiale. Se i bolscevichi russi perseguivano l’idea della sconfitta della Russia per poter giungere al potere e nel 1919-20 i bolscevichi armeni ripetevano lo stesso in Armenia, ora Levon Ter Petrossian cerca di risolvere il problema della sua conquista del potere cedendo il Karabagh all’Azerbaigian e spingendo l’Armenia ed il popolo armeno ad una periodica ed ormai irreversibile sconfitta. E come i bolscevichi salirono al potere per vie illegali con una rivoluzione, nella stessa maniera l’ex presidente dell’Armenia cerca di raggiungere il potere. Non parliamo delle etichettature, delle menzogne, delle false informazioni, dei trucchi propagandistici e psicologici che hanno semplicemente trasformato in zombi una certa parte della popolazione, poiché a questo proposito è già stato detto molte volte nel nostro giornale. Diciamo semplicemente che all’inizio del secolo scorso tutto ciò si faceva in Russia ed in Armenia da parte dei bolscevichi. Mentre compilare liste nere, privare dei loro beni i ricchi e cacciarli in prigione costituiva il culmine delle attività dei bolscevichi, che i bolscevichi dell’attuale realtà armena, capeggiati da Levon Ter Petrossian, promettono di realizzare.
All’inizio del secolo scorso la Russia, dilacerata e stanca dalla prima guerra mondiale di fatto cedette dinanzi ai bolscevichi che pure non avevano una grande influenza. Non serve ripetere un’altra volta che tragedia rappresentò tutto ciò per i popoli viventi nell’Unione Sovietica. Ma c’è la necessità di ammonire tutti gli strati della nostra collettività riguardo il pericolo del quale sono portatori l’ex presidente e le forze a lui solidali. Innanzitutto vale la pena di ricordare a questi ultimi che gli stessi bolscevichi,dopo essere giunti al potere, non risparmiarono gli altri, nemmeno le forze politiche loro alleate, poi giunsero ad epurare le loro stesse schiere. Non è tardi per avvertire le forze politiche sostenitrici di Levon Ter Petrossian che l’ex presidente li getterà via come un tovagliolo usato. Ma non è questo il fatto preoccupante, poiché in questo caso queste persone sono degne di divenire dei cadaveri politici.
Per quello che concerne noi tutti, ora è giunto il momento di essere consapevoli di quel male che ci portò Levon Ter Petrossian e quindi di raggruppare tutte le forze sane del popolo contro quel male. E’ tempo che risuoni la voce dei nostri intellettuali per condannare l’intolleranza e per chiamare le cose con il loro proprio nome e per non fare solo dei pavidi proclami per la sporcizia delle adiacenze dell’Opera. Forse, con l’eccezione della scrittrice Alvart Petrossian, nessuno vede la rovina che viene compiuta nelle anime degli armeni? Forse solo la psicologa Gariné Nalciagian vede che così giunge la nostra fine? Forse siamo diventati una nazione così stanca da essere degni di farci gettare nel letamaio della storia?