Un triste anniversario

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UN  TRISTE   ANNIVERSARIO

 

Ricorre quest’anno il settantesimo anniversario della tragica morte del catholicos martire, Khoren Muradbeghian, Patriarca di tutti gli Armeni,  vittima del terrore staliniano.

Erano gli anni bui in cui per ordine di Stalin e dei suoi accoliti furono uccisi o arrestati numerosi religiosi, scrittori, intellettuali ed anche dirigenti del Partito Comunista Sovietico. Fra le vittime armene vi furono gli scrittori Yeghishé Ciarentz, Axel Baguntz, Vahan Totoventz, la scrittrice Zabel Yessaian ed inoltre vari dirigenti del partito come Aghassi Khangian, Sahag Der Gabrielian, Aramayis Yerznghian ed altri.

In quegli anni fu particolarmente presa di mira la Chiesa ed in special modo il patriarca Khoren che ne era l’impavida guida. Nato nel 1873 a Tiflis, aveva seguito corsi universitari in Svizzera per poi ritornare in Armenia ed essere ordinato sacerdote e nominato vicario a Nor Bayazet. Nel 1903, per la sua coraggiosa opposizione alla requisizione dei beni  della Chiesa  Armena, ordinata dal governo russo, fu da questo esiliato in Russia. Ritornato in Patria dall’esilio fu successivamente consacrato vescovo nel 1910 e posto a capo della diocesi  di Yerevan. Negli anni della guerra ed in quelli successivi  svolse un’attività pastorale molto intensa ed accorta, tanto che nel 1923 fu nominato vicario patriarcale dal catholicos Giorgio 5° al quale succedette nel 1932.

Non fu un catholicos benvoluto dal potere sovietico che lo combatté perché era uno strenuo difensore della Chiesa e del suo popolo.

Già dall’inizio  del regime sovietico l’attività della Chiesa fu  sottoposta a restrizioni che col passare del tempo divennero sempre più vessatorie per trasformarsi poi in vere e proprie persecuzioni.

Con l’instaurarsi del terrore staliniano, poi,  la situazione peggiorò ulteriormente sia per la Chiesa che per il suo capo attorno al quale si strinse sempre di più il cappio. Nel 1937 fu arrestato e fucilato  suo fratello maggiore, Serghei che era a capo della dogana del confine armeno-turco; poco dopo la stessa sorte toccò al fratello minore Levon, già ufficiale della marina zarista. Sul patriarcato furono poste delle tasse così ingenti che il loro ammontare superava di molto quanto possedeva il patriarcato stesso. Poi iniziarono gli arresti dei religiosi: dai semplici sacerdoti ai  vescovi ed arcivescovi furono arrestati o dovettero nascondersi per sfuggire agli arresti. Molti furono uccisi.

A proposito di quei tempi è toccante la testimonianza di un sacerdote che, scarcerato da poco, aveva voluto andare a salutare il patriarca poiché aveva sentito che era ammalato. Entrato nel convento di Ec(e)miadzin, sede patriarcale, non incontrò anima viva; trovò solo il cameriere del patriarca, che lo condusse dal catholicos, pallido ed abbattuto. Poco dopo giunsero alcuni sacerdoti, pure loro appena scarcerati, per chiedere di essere benedetti dal catholicos. Ma quando quest’ultimo li vide con i capelli e la barba incolti, le vesti stracciate, le scarpe rotte, si commosse e gridò “Avrei  preferito essere cieco piuttosto che vedervi in questo stato” e , presa la testa fra le mani, iniziò a piangere.

            In seguito all’ondata di arresti a Ec(e)miadzin, era rimasto solo il catholicos assieme ad un prete, di nome Mateos Agemian, ed in questa atmosfera di crescente terrore avvenne la tragica morte del patriarca.

La sera del 4 aprile 1938 il cameriere del patriarca, tale Gegham Glegcian, stava raccogliendo dei rami secchi nei pressi della residenza patriarcale quando fu avvicinato da tre sconosciuti, uno dei quali era una donna. Il più anziano dei tre gli intimò, con tono perentorio, di abbandonare il convento di Ec(e)miadzin,  e di trasferirsi in città.”Non posso lasciare solo il catholicos” rispose il cameriere, al che il suo interlocutore gli ingiunse di andarsene e di non dire nulla a nessuno. Il povero cameriere si recò nella stanza del patriarca che in quel momento stava bevendo del tè; poco dopo vi ritornò per portare via la tazza e andò da padre Mateos che gli riferì di essere stato pure lui minacciato dai tre sconosciuti. Dopo di che, impaurito, si trasferì in città, ma il giorno dopo apprese la notizia che il patriarca era morto, al che si precipitò nel convento ed, entrato nella stanza del patriarca, vide che giaceva sul letto, morto e padre Mateos, con la testa appoggiata sul suo petto piangeva a dirotto. Uscito dalla stanza vide poco più in là  dei pezzi di filo elettrico. Poi lavò la salma del catholicos e la vesti. Quando lo lavò sul corpo non notò nulla di strano; solo il volto era cianotico e sul collo c’erano delle lunghe strisce bluastre con delle macchie di sangue. Poco dopo giunse il medico personale del catholicos, Haig Yeghiazarian, che esaminando attentamente il cadavere, disse a voce bassa: “Non ci sono dubbi, lo hanno soffocato”. I fili elettrici notati dal cameriere, molto probabilmente,erano serviti per strozzare il catholicos.

Subito dopo venne montata la messa in scena del regime che inviò a Ec(e)miadzin il medico legale Yeghishè Sheg Hovsepian, fervente bolscevico, il quale, eseguita l’autopsia, decretò che era morto di infarto. Da notarsi che in precedenza il patriarca godeva di buona salute.

Lo sventurato catholicos non poté avere neanche un funerale, nemmeno un prete che lo seppellisse cristianamente. Anche questo non gli fu concesso dal regime. Della sua povera salma si occuparono sei donne, originarie di Van, che, memori dell’assistenza data dal defunto ai profughi che, sfuggiti ai turchi nel 1915, avevano trovato rifugio a Ec(e)miadzin, lo rispettavano molto. Queste donne, caricata in spalla la sua bara, la portarono nel vicino convento di Gayané ove la seppellirono alla presenza di poche persone. Successivamente, quando le acque un po’ si calmarono, il suo successore fece traslare la sua salma, sempre nello stesso convento, ma con una tomba degna del suo rango. Oggi riposa nel cortile di Ec(e)miadzin, accanto agli altri patriarchi defunti.

Che ne fu dei sopravvissuti? Il vicario patriarcale,  futuro catholicos Giorgio 6°, dovette fuggire e nascondersi per un mese e mezzo nella casa del poeta Avedik Issahaghian.Il cameriere patriarcale Gegham Glegcian, che sapeva troppe cose, fu esiliato per cinque anni nel Kazakhistan. Mentre nell’altro campo, la donna –di nome Peruz Nahabedian- facente parte del gruppo dei tre che strozzarono il catholicos, fece carriera ed, iscrivendosi al Partito Comunista, nella domanda d’iscrizione scrisse di aver “eseguito tutti i compiti a lei affidati dalle organizzazioni partitiche e sovietiche” …