
A PROPOSITO DI UN PENTIMENTO
Tiene banco la notizia che alcuni intellettuali turchi hanno iniziato una campagna per la raccolta di firme per chiedere scusa per il genocidio degli armeni. Questa campagna, che è stata lanciata tramite internet, ha fatto seguito ad una lettera aperta, sottoscritta da trecento intellettuali dell’Armenia, indirizzata al presidente della Turchia affinché riconosca il genocidio.
La raccolta di firme in Turchia ha suscitato reazioni contrastanti. Da una parte, ovviamente, i promotori ed i sottoscrittori e dall’altra tutto l’apparato statale, con il presidente della repubblica, il primo ministro ed il ministro degli esteri in testa, che hanno criticato questa iniziativa affermando che essa ostacolerebbe il miglioramento delle relazioni fra Armenia e Turchia. Ad un certo punto, quando le firme raccolte hanno di poco superato le tredicimila, il sito ad esse dedicato, non si sa perché (?!) è stato bloccato. Nel frattempo è stato attivato un altro sito, con intendimenti completamente opposti al primo, per criticare e combattere contro questa raccolta di firme. Quest’ultimo sito ha avuto molti più aderenti dell’altro. Successivamente il sito che era stato bloccato si è riaperto e le firme raccolte si sono raddoppiate.
Ora, la domanda principale che si pongono gli armeni, al di là di entusiastiche fughe in avanti o di preconcette negazioni, è la seguente: ci troviamo davanti ad una rivoluzione epocale, per quanto riguarda l’atteggiamento dei turchi nei confronti degli armeni, oppure si tratta dell’ennesimo bluff?
Innanzitutto il testo con il quale i turchi chiedono perdono non menziona la parola genocidio e questo fatto potrebbe essere interpretato in due, e contrastanti, maniere. Potrebbe trattarsi di un escamotage per non irritare troppo l’opinione pubblica turca, da decenni abituata a considerare l’armeno un nemico. E perciò, nell’ottica di una rappacificazione, sarebbe irrealistico ipotizzare un’immediata inversione a 180 gradi di un atteggiamento consolidato da tempo. Più utile e realistico sarebbe procedere gradualmente. Oggi chiedere scusa, domani affermare che si trattava di un genocidio.
Potrebbe però anche darsi che per alcuni turchi sia più che evidente il fatto che ormai, per gran parte dell’opinione pubblica mondiale, la Turchia si è macchiata di una colpa e negare questo fatto è dannoso per la Turchia. Perciò si ammette il massacro, così vengono zittiti i sostenitori degli armeni, ma non si nomina il genocidio per evitare conseguenze gravi per la Turchia, tipo risarcimenti materiali e territoriali.
Se è valida questa seconda ipotesi: niente di nuovo sotto il sole; si tratterebbe dell’ennesimo bluff turco.
Se invece è vera la prima ipotesi, allora per prima cosa bisogna vedere che peso politico possono avere, anche in prospettiva, simili prese di posizione. Cioè ci troviamo di fronte ad una fondamentale evoluzione, o meglio ad una rivoluzione, nella società turca per cui in quel paese veramente ed irreversibilmente viene drasticamente ridimensionato il potere della casta statale-militare-nazionalista che fino ad ora, pur sotto la bandiera di partiti differenti, ha tenuto in pugno il paese? E questo ridimensionamento va tutto a favore di una maggior democrazia, di un rispetto delle minoranze e dei diritti umani?
Non sarebbe la prima volta, nella storia della Turchia, che si affacciano sull’arena politica dei riformatori fautori di un progresso civile, ma tutte le volte queste riforme sono abortite; ne è rimasta la facciata, ma la sostanza è rimasta quella di prima. Oggi c’è un reale cambiamento o si tratta dell’ennesimo fuoco fatuo e poi tutto continua ad essere come prima?
La Turchia di adesso è un paese di grandi contrasti. Non c’è solo Costantinopoli con i suoi eleganti quartieri europei e gli arditi ponti sul Bosforo. Ci sono anche le province dell’interno, con villaggi privi di acqua corrente ed energia elettrica. Accanto ai turchi che protestavano per l’uccisione di Hrant Dink vi sono i poliziotti orgogliosi di farsi fotografare con il suo assassino.
Ormai sono passati alcuni mesi dalla storica partita di calcio che ha visto il breve viaggio a Yerevan del presidente turco, ma non vi sono stati grandi cambiamenti nella politica turca per ciò che riguarda gli armeni. Certamente non è realistico attendersi un radicale mutamento a questo proposito. C’è una ruggine di quasi un secolo, che non può essere eliminata in poco tempo. Ma non fa sperare bene il fatto che lo stesso presidente turco, di ritorno dall’Armenia, si sia premurato di denunciare una parlamentare turca che aveva affermato(non si sa se a torto od a ragione) che la madre dello stesso presidente era di origine armena. Come se dare dell’armeno a uno sia un’offesa.
Concludendo, sarebbe un grave errore rigettare quella mano turca che, seppur timidamente, viene protesa verso gli armeni, per chiedere scusa e fare la pace. Ma sarebbe un peggior errore farsi prendere dall’entusiasmo e, dimenticando le amare e tragiche lezioni della storia, abbassare la guardia e gettarsi acriticamente ad abbracciare i turchi. Forse quando dalle rive del Bosforo qualcuno, ma che non sia un semplice qualcuno, affermerà che oltre a chiedere scusa bisognerà risarcire gli armeni, questi potranno più facilmente credergli e stringergli la mano in segno di pace.