Riconoscimento e poi ?

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RICONOSCIMENTO,  E  POI ?

 

Da alcuni decenni, ormai, il riconoscimento del genocidio armeno è divenuto il principale argomento dell’attività politica degli armeni della diaspora, siano essi dei singoli cittadini o delle varie organizzazioni anche non prettamente politiche. A questo proposito, a fianco dei partiti nazionali armeni che, trapiantatisi nella diaspora, hanno continuato la loro attività a favore della Causa Armena, della quale il riconoscimento del genocidio è solo una parte, si sono affacciati alla ribalta nuovi attori per perseguire il medesimo obiettivo.

Si tratta di organizzazioni di nuova creazione o, a volte, anche di singoli individui che, per dare maggior lustro alla propria attività, fondano delle associazioni a propria immagine e somiglianza essendone l’unico e incontrastato capo.

Pur non essendoci sempre un coordinamento fra tutti questi attori, l’azione intrapresa procede abbastanza bene poiché, comunque sia, vi è un tacito accordo dato che l’obiettivo è ben definito: rompere il muro del silenzio che avvolge il genocidio armeno. E chi riesce a sfondare questo muro in qualche punto, si merita sicuramente il plauso sincero di tutti gli altri.

Il destinatario finale di questa attività è la Turchia che finora tenacemente nega di aver premeditato l’annientamento degli armeni, attirandosi le critiche di tutti coloro -studiosi, politici, giornalisti, intellettuali ecc. - che affrontano con onestà questo problema. E tutta l’azione svolta presso i vari Stati affinché riconoscano il genocidio non è altro che un mezzo per costringere la Turchia ad ammettere le proprie colpe.

Il riconoscimento del genocidio da parte della Turchia, al di là del valore morale per i discendenti di coloro che lo subirono, significherebbe anche una specie di garanzia che una tragedia del genere non si ripeta. E questa garanzia sarebbe molto importante poiché la Turchia, unico caso nella storia dei genocidi, oltre a negare lo sterminio premeditato degli armeni, continua ad avere un atteggiamento di chiara inimicizia nei loro confronti, compresi i propri cittadini di etnia armena, da sempre vessati e  discriminati.

Quindi sia benvenuto il riconoscimento del genocidio. Ma dopo?

Il puro e semplice riconoscimento del genocidio sarebbe paragonabile all’ammissione della propria colpa da parte di un assassino, e basta. Ma un omicida, anche se reo confesso, non se la cava con la confessione della propria colpa, ma deve espiarla e risarcire i danni. Non è ammesso, da nessun ordinamento giuridico di questo mondo, che un assassino confessi, dica “Scusate, ho sbagliato” e ritorni libero e non paghi niente agli eredi della vittima. Più o meno sarebbe qualcosa di analogo se la Turchia riconoscesse il genocidio ed, eventualmente, chiedesse scusa. Se per l’uccisione di una sola persona l’assassino si becca anni ed anni di galera, oltre a dover risarcire chi di diritto, l’assassino di un milione e mezzo di persone non può cavarsela con una semplice ammissione di colpa (per di più un secolo dopo i fatti!) e finire il tutto a tarallucci e vino.

Il genocidio ha cambiato irreversibilmente il cammino storico degli armeni, privandoli della propria Patria, ipotecando irrimediabilmente il loro futuro. Per non parlare dei danni di natura materiale, culturale e sociale.

Tutto questo non può essere liquidato con un semplice “Siamo colpevoli, chiediamo scusa”. Troppo facile, troppo comodo.

Qui bisogna restaurare ciò che è possibile, e si deve, restaurare; ripristinare ciò che è possibile, e si deve, ripristinare; restituire ciò che è possibile, e si deve, restituire.

In altri termini ciò significa che da parte della Turchia vi dev’essere oltre che un indennizzo in termini di denaro ed una restituzione di beni mobili ed immobili, anche  un risarcimento territoriale con una restituzione all’Armenia di territori armeni ora facenti parte della Turchia.

Ed è proprio il risarcimento territoriale che frena molti dall’ammettere le colpe della Turchia, poiché, secondo una distorta interpretazione del diritto (e dell’etica del diritto) la modifica dei confini è un tabù intoccabile per cui si preferisce il perpetuarsi di un’ingiustizia, piuttosto che sanarla una volta per sempre. Tutti sanno che la Turchia è colpevole, ma non bisogna ammetterlo, perché altrimenti si modificherebbero i suoi confini. Più o meno come avere tutte le prove che uno è un assassino, ma non ammetterlo per non doverlo condannare. Una vera assurdità.

Il fatto, poi, che nelle regioni orientali dell’attuale Turchia non vi siano più armeni non può servire da pretesto per non restituire quei territori; né lo può essere il fatto che una restituzione comporterebbe spostamenti di popolazioni.

E’ tempo quindi che accanto alla richiesta di riconoscimento del genocidio si ponga anche quella del risarcimento, poiché senza questo, quello sarebbe un atto di ipocrisia e basta. Mentre il risarcimento sarebbe la tangibile dimostrazione di un sincero pentimento, oltre che la garanzia che una simile tragedia non  si ripeterebbe in futuro.