Un discutibile restauro

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UN  DISCUTIBILE  RESTAURO

 

Il governo turco, dopo aver per decenni permesso e favorito la sistematica distruzione di centinaia di monumenti armeni dislocati sul territorio dell’attuale Turchia, di colpo ha pensato bene di restaurare, a proprie spese, la chiesa  armena di S. Croce nell’isola di Aghtamar, sul lago di Van. Ed il 29 marzo scorso vi è stata la solenne inaugurazione della chiesa restaurata, in presenza del ministro della cultura, del prefetto di Van e di varie personalità turche. Per l’occasione erano stati invitati anche il governo dell’Armenia, il Catholicos (patriarca) di Tutti gli Armeni, varie personalità civili e religiose della diaspora armena, oltre che numerosi diplomatici e giornalisti stranieri.

Fin qui tutto bene; un plauso al governo turco.

Però c’è un “ma”; anzi vari “ma”.

Innanzitutto la chiesa è stata restaurata per essere trasformata in museo e non per ritornare alla sua funzione originaria di luogo di culto. Essa rimane di proprietà dello Stato turco che non l’ha restituita alla Chiesa Armena alla quale  per  nove secoli  apparteneva. All’inaugurazione, alla quale era presente il Patriarca degli Armeni di  Turchia, mons. Mesrob Mutafian, non è stato permesso che vi si svolgesse una qualsiasi cerimonia religiosa. Inoltre, per sottolineare ulteriormente il fatto che non è una chiesa, le autorità turche –nonostante l’espressa richiesta del Patriarca armeno- si sono rifiutate di riporre  la croce che anticamente sovrastava la cupola. E allorquando quest’ultimo, approfittando dell’occasione della solenne  cerimonia indetta per il restauro, reiterò la richiesta al ministro della cultura, questi gli rispose che la questione era all’esame del ministero degli esteri. E tutto ciò per rimettere una croce al suo posto originario! Successivamente è giunta la risposta del ministero degli esteri  il quale afferma che non essendo più una chiesa, ma un museo, non deve esserci nessuna croce, analogamente alla chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli, che non essendo più chiesa, ma museo, non ha la croce.

Di contorno va ricordato che in tutta questa faccenda, sulla stampa turca come pure da parte delle personalità ufficiali, all’isola di Aghtamar è stato storpiato il nome, troppo armeno, e trasformato alla chetichella nel più turchizzante Akdamar (ak=bianco; damar=vena). Che cosa c’entri una vena bianca con quell’isola, non è dato sapere. E’ sufficiente che il nome  non suoni troppo armeno e sia, invece, qualcosa di turco. D’altronde tutto ciò è in linea con la politica di sistematica turchizzazione dei toponimi armeni, che viene attuata da decenni per cancellare il più possibile qualsiasi vestigia della presenza armena su quel territorio.

Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti da parte armena il Patriarca degli armeni di Turchia ed una delegazione dell’Armenia capeggiata dal vice-ministro della cultura che, per recarsi ad Aghtamar aveva dovuto recarsi in Georgia e da lì entrare in Turchia poiché il governo di questo paese, che pur aveva invitato la Repubblica Armena a partecipare con una propria delegazione, non ha voluto, neanche per questa occasione, aprire il confine armeno-turco, costringendo così la delegazione armena a fare un lungo giro, passando per la Georgia, mentre il viaggio sarebbe stato molto più breve se fosse stato possibile entrare direttamente in Turchia dal confine con l’Armenia.

Come se non bastasse il giorno dell’inaugurazione l’isola di Aghtamar e la chiesa di Santa Croce erano letteralmente ricoperte di bandiere turche e, quale cacio sui maccheroni, sulla chiesa giganteggiava un’enorme immagine di Kemal Atatürk; quasi a voler sottolineare ulteriormente l’appartenenza della chiesa ai turchi.

Ed infine non è stato permesso che i discorsi ufficiali tenuti in turco fossero tradotti in armeno per renderli comprensibili alla delegazione armena. Ma si è voluto che nella foto-ricordo comparisse anche il vice-ministro armeno, con lo scopo evidente di mostrare all’opinione pubblica internazionale quanto sia ben disposta(?!) la Turchia nei confronti degli armeni.

In tutta questa faccenda, ce n’è abbastanza per sentire puzza di bruciato. Infatti è più che evidente che tutto ciò ha un chiaro sapore propagandistico.

Qual è la realtà dei fatti? Per quel che riguarda la Turchia e segnatamente i suoi rapporti con gli armeni, essere maligni significa essere realisti. Sono tali e tante, anche nel corso degli ultimi anni, le dimostrazioni della sua chiara ostilità nei confronti degli armeni, che ogni sua iniziativa va esaminata innanzitutto alla luce di questo dato di fatto, senza ingenue, o stupide o interessate fughe  in avanti.

Il fatto è che in questo periodo il Congresso degli Stati Uniti sta esaminando la proposta di riconoscere il genocidio armeno e questa volta pare che vi siano maggiori possibilità, che non in passato, che avvenga questo riconoscimento. Questo fatto ha messo in subbuglio i governanti turchi che hanno inviato negli USA, a varie riprese, il ministro degli esteri, una delegazione parlamentare ed il capo di stato maggiore delle forze armate  per convincere gli americani a rigettare la proposta di riconoscimento. Come se ciò non bastasse gli Stati Uniti già da tempo esercitano pressioni sulla Turchia affinchè apra il confine con l’Armenia. Analoghe pressioni provengono dall’Unione Europea ove, periodicamente, ricompare anche il fantasma del riconoscimento del genocidio armeno quale pre-condizione per l’ingresso della Turchia in Europa.

Ecco che per dare un contentino a queste richieste e dimostrare la propria buona volontà (?!) nei confronti degli armeni, la Turchia ha restaurato una chiesa armena, invitando alla cerimonia molti diplomatici e giornalisti stranieri  affinché questi possano testimoniare della bontà della Turchia nei confronti degli armeni. Ma se la Turchia fosse stata veramente sincera nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto restituire la chiesa al Patriarcato armeno e permettere che vi si svolgesse una funzione religiosa. Cosa che si è ben guardata dal fare, rifiutando  persino di risistemare la croce sulla sommità della cupola. Per ciò, poi, che riguarda la “magnanimità” della Turchia, che ha speso una notevole somma per il restauro, va detto che cifre di molto maggiori vengono spese da parte del governo turco nel tentativo di tacitare quanti, all’estero, le chiedono di riconoscere il genocidio armeno. Inoltre la chiesa di Santa Croce di Aghtamar costituisce un’importante attrattiva turistica cosicché ciò che è stato speso per il suo restauro verrà ben presto recuperato grazie ai turisti. Infatti, come ha riferito il proprietario delle imbarcazioni che fanno la spola fra la riva del lago di Van e l’isola di Aghtamar,  oggi vengono usati dodici mezzi per trasportare i turisti nell’isola e vengono fatti venti viaggi al giorno, mentre l’anno scorso si compivano giornalmente  solo uno o due viaggi. Oltre a ciò il costo del traghetto è salito da tre a cinque lire turche; mentre altre due lire turche vengono pagate come biglietto per entrare nella chiesa. L’unica consolazione è che è stato notato che alcuni turisti ponevano delle piccole bandiere armene nella chiesa.

Le reali intenzioni della Turchia divengono ancor più evidenti se si considera che in origine il governo aveva stabilito, quale data per l’inaugurazione, il 24 aprile, giornata simbolo del genocidio armeno. Ma immediatamente vi era stata una levata di scudi ed il Patriarca armeno di Costantinopoli affermò che se si fosse mantenuta quella data nessun armeno vi avrebbe partecipato. Dopo di che il governo turco fece marcia indietro indicando la data dell’11 aprile che, guarda caso, secondo il calendario giuliano, ancora in vigore in Turchia  nel 1915, corrispondeva al 24 aprile. Anche questa data fu decisamente rifiutata dagli armeni e così si giunse al 29 marzo. E’ evidente l’intento propagandistico di tutto ciò. La Turchia voleva neutralizzare il can-can che in tutto il mondo, con la commemorazione del genocidio, si sarebbe suscitato contro di lei alla data del 24 aprile.

Gli armeni han ben capito tutto ciò e per questo motivo il Catholicos di Tutti gli Armeni, il patriarca Karekin 2°, si è rifiutato di partecipare, né personalmente, né inviando una delegazione, a questa cerimonia. Un comunicato della sede patriarcale fa presente che il rifiuto di partecipare è motivato dal fatto che la chiesa restaurata è divenuta un museo e non è stata riaperta al culto e restituita alla Chiesa Armena, nella fattispecie il Patriarcato degli Armeni di Turchia. Pure  il Catholicos Aram, Patriarca degli Armeni di Cilicia ha declinato l’invito, e con un comunicato ha fatto presente che il motivo del rifiuto era il mancato riconoscimento del genocidio da parte della Turchia.

Analogamente si è rifiutato di partecipare il Coordinamento delle Associazioni Armene di Francia, che pure inizialmente era propenso ad accogliere l’invito formulatogli dalle autorità turche.

La Repubblica Armena non ha rifiutato l’invito, ma ha  inviato una delegazione di basso profilo poiché, come ha fatto notare il ministro degli esteri armeno, era necessario, con la propria presenza, sottolineare l’appartenenza armena di questa chiesa. Ma sia in Armenia che nella Diaspora molti si sono espressi contro questa partecipazione.

Era presente alla cerimonia, ed ha preso la parola, il Patriarca degli Armeni di Turchia. Ma la sua posizione è abbastanza differente essendo egli, come pure tutti gli armeni di Turchia, un ostaggio in mano turca. Prendendo la parola il patriarca ha auspicato che almeno una volta all’anno, in settembre, quando ricorre la festa della Santa Croce, sia possibile tenere una funzione religiosa in questa chiesa.

Stiamo a vedere quale levantina diavoleria escogiterà il governo turco a proposito di questa minima richiesta. Intanto l’ennesima delegazione parlamentare turca è partita alla volta degli USA, per prevenire il riconoscimento del genocidio armeno, portando nel proprio bagaglio –per un evidente scopo propagandistico- il filmato della cerimonia indetta per il restauro della chiesa di S. Croce.

A proposito del restauro di questa chiesa qualcuno, armeno e non, affermerà che, dati i precedenti, non si poteva pretendere di più ed il semplice fatto che lo Stato turco, dopo decenni di distruzioni, si sia accollato la spesa di ripristinare questo edificio sacro armeno, andava incoraggiato e non osteggiato pretendendo “tutto e subito”. Inoltre –sempre secondo le stesse persone- bisognerebbe tener conto della  delicata posizione del governo turco che in questi tempi deve fronteggiare una nuova  marea montante di nazionalismo fanatico, per cui il semplice restauro di questa chiesa, data la situazione, sarebbe già molto e pretendere troppo dai turchi sarebbe oltre che irrealistico, anche controproducente; mentre dimostrando un po’ di pazienza e comprensione si potrebbe giungere ad ottenere in seguito molto di più.

            Tutto ciò potrà anche essere vero, ma chi ci dice che anche questa volte, come innumerevoli volte nel passato, questo non sia l’ennesimo tranello turco per far tacere gli armeni? Dati i precedenti, non è più che legittimo sospettare?