Masseria delle Allodole

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Recensione

 

IL   FILM   DEI   FRATELLI    TAVIANI

 

 

Il 23 febbraio scorso è stato presentato, fuori concorso,  a Berlino, per la rassegna cinematografica “Berlinale” il film dei fratelli Taviani tratto liberamente dal romanzo “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan.

Seguito con interesse dai giornalisti e dal folto pubblico, ha suscitato attenzione e soprattutto l’approvazione di gran parte dell’opinione pubblica. Unanimi i quotidiani nel rilevare l’importanza di questa proiezione, definita “monumento per gli Armeni” dall’autorevole Berliner Zeitung e “capolavoro sconvolgente” dal Frankfurter Rundschau.

Poche le voci contro corrente, tra le quali i commenti di alcuni giornalisti turchi, come era prevedibile.

Finalmente un film coraggioso che, pur non indugiando su scene cruente, ha reso tutta l’atrocità dell’avvenimento, grazie a una regia sensibile e coinvolta umanamente nel dramma armeno, e a un cast di attori che hanno dato vita ai personaggi indimenticabili del romanzo.

Certamente il film si discosta dal romanzo in alcuni punti; introduce episodi sentimentali, come l’amore tra la giovane Nunik e l’ufficiale turco che vuole salvarla, ma nulla toglie all’epicità dell’episodio narrato, anzi fa risaltare ancora di più l’umanità dei personaggi.

Unanime la stampa nel rilevare lo shock suscitato nel pubblico da questo episodio poco noto della storia e che precorre di qualche anno l’Olocausto degli Ebrei. Non è però un film di accusa contro il popolo turco, ma di denuncia di quanto ordito dal governo ottomano. Non è un documentario, infatti; di questi ce ne sono peraltro parecchi a disposizione di chi vuole approfondire l’argomento.

E’ un film d’amore e di odio, in cui i registi hanno voluto presentare anche le figure di alcuni turchi che cercarono di aiutare gli armeni. E l’ultima scena infatti rappresenta proprio un soldato turco che si autoaccusa, denunciando lo sterminio al quale lui stesso aveva partecipato.

Il 23 marzo il film è giunto nei circuiti italiani ed è stato visto e commentato con grande interesse, sia dal pubblico che dalla stampa.

Molto interessante a questo proposito l’articolo apparso sul Corriere della Sera del 23 marzo a firma di Tullio Kezich. Egli, riandando alla sua infanzia a Trieste, ricorda gli armeni della sua città, con nello sguardo qualcosa di “allarmato e malinconico”, proprio, dice lui, come negli occhi del fratello del protagonista, esule a Padova.

Il film è dunque un “invito a non dimenticare”. Nel rappresentare l’Olocausto dimenticato i registi hanno raggiunto il “culmine della pietà attraverso il massimo dell’impietosità”. “Essere armeni è impossibile” diceva l’eroe di un altro famoso romanzo, “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, ma per questa vicenda Kezich conclude affermando che forse è “impossibile essere uomini”.

 

                                                                                    Aurora Zovighian