Storia, morale, politica e propaganda

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Causa  armena

 

STORIA,  MORALE,  POLITICA  E  PROPAGANDA

 

        

Ad  ogni armeno  è sicuramente capitato più d’una volta di dover spiegare ad uno straniero le motivazioni che stanno alla base della causa armena. Non solo, ma  per poter meglio rappresentare il perché ed il per come della nostra situazione, molti di noi cercano di documentarsi chiedendo a chi ne sa di più, leggendo libri o riviste, formandosi cioè una cultura, più o meno vasta, riguardante la causa armena. Ciò avviene non solo per meglio spiegare ad altri, ma anche per una personale e comprensibile curiosità. Per capire meglio; per formarsi un’opinione che sia  basata su dati di fatto certi.

In tutto questo lavorio l’approccio storico, l’esame degli avvenimenti del passato, costituiscono il  presupposto ineludibile, ma anche la principale attività. Il genocidio, le condizioni in cui vivevano gli armeni in Turchia, i trattati internazionali, l’azione svolta dalle grandi potenze dell’epoca ecc. costituiscono i passaggi obbligati che uno affronta e, più o meno approfonditamente studia, per conoscere e far conoscere la causa armena. E proprio dall’elencazione di questi fatti storici è quasi esclusivamente costituita la spiegazione –lunga o breve che sia- che egli dà a quei  suoi interlocutori che gli chiedono lumi sul genocidio, sulla causa armena e sugli armeni in generale.

Nella nostra azione di propaganda –ed in particolar modo, ma non solo,  di quella spicciola, svolta dall’ armeno qualunque nei confronti di amici o conoscenti-  la storia ed il richiamo agli avvenimenti del passato fanno la parte del leone. Ma la storia, se da un lato costituisce un presupposto utile e necessario per spiegare le nostre ragioni, da un altro lato è dannosa poiché un eccessivo accento posto su fatti ed avvenimenti di cento o cinquanta anni fa, ci fa correre il rischio che il nostro ignaro interlocutore ne deduca che la causa armena  è un qualcosa riguardante non tanto il presente od il futuro, ma il passato. Che il nostro accanimento nel perseguirla costituisca una battaglia di retroguardia. In poche parole la causa armena oggi sia ormai anacronistica e superata.

Inoltre vi è il concreto rischio che –date anche le difficoltà che si contrappongono al perseguimento della causa armena- lo studio della storia, l’esame  sempre più approfondito di fatti e documenti del passato, cessino di essere dei mezzi per conoscere –e far conoscere- meglio la causa armena, ma divengano fine a  se stessi. Relegando in secondo piano l’aspetto politico e trasformando la causa armena da questione politica a problema storico, portando così acqua al molino di quanti, turchi o politici loro amici ed alleati, non vedono l’ora di sbarazzarsi del problema armeno rimuovendolo dal tavolo della politica per affidarlo all’esclusiva competenza degli storici. Il che equivale alla sua sepoltura.

Questo eccessivo nostro richiamo alla storia   ha i suoi motivi. Il principale è costituito dal fatto che gli armeni, e lo Stato armeno, oggi non contano molto -come potere economico, politico o militare- sulla scena mondiale , almeno rapportandolo al peso che ha la Turchia, nostra eterna nemica. E poiché, per ottenere giustizia nei rapporti internazionali, l’ avere la più sacrosanta delle ragioni è un optional, mentre è necessario essere potenti militarmente ed economicamente, la causa armena, avendo poche baionette e pochi soldi che la sostengano, non viene considerata più di tanto. Tutt’al più viene rispolverata da questa o quella potenza quando, in una particolare congiuntura politica, le può far comodo tirare fuori dal cassetto le rivendicazioni armene; salvo poi dimenticarsene non appena gli armeni non le servano più.

Di conseguenza gli armeni, non avendo la sufficiente forza economico-militare per sostenere la propria causa, cercano, in mancanza d’altro, di utilizzare tutti gli altri mezzi possibili per raggiungere il loro scopo, o avvicinarglisi quanto più è possibile. Uno di questi mezzi è proprio la storia. Un altro mezzo è costituito dalle argomentazioni giuridiche e morali. Ma, stante il fatto che non basta avere ragione, ma serve avere anche la necessaria forza per sostenerla, anche questi mezzi si rivelano poco efficaci poiché incidono solo su quella fascia di persone che hanno un alto senso della giustizia e della morale pubblica, cioè idealisti, animi gentili, intellettuali ed in genere uomini con una grande nobiltà d’animo. Tutta gente che in genere non detiene il potere reale di un Paese e che, quindi, ha scarsa influenza sui processi che possono decidere il destino dei popoli.

Da tutto ciò consegue che fino a che gli armeni e  l’Armenia non costituiranno una forza tale da essere presi in considerazione a livello internazionale, la loro causa non potrà fare molti progressi.

Che fare dunque adesso? Bisogna stare con le mani in mano solo attendendo tempi migliori? O accontentarsi soltanto di contribuire al rafforzamento dello Stato armeno?

Fino ad ora, nonostante la penuria di mezzi e la scarsità di uomini, qualcosa si è fatto. Si sono ottenuti risultati che, date le condizioni oggettive in cui siamo costretti ad operare, spesso sono andati al di là delle più rosee previsioni.

Non è quindi da buttar via ciò che si è fatto ed ottenuto, anzi. Bisogna piuttosto aggiustare il tiro, adeguare le tattiche e le strategie sfruttando al meglio sia le nostre possibilità e potenzialità, che approfittando delle occasioni che si presentano. L’attività fino ad ora svolta va continuata e potenziata. La rete di non-armeni onesti e probi che, seppur politicamente poco influenti, si sono rivelati sensibili alle nostre tradizionali argomentazioni di natura storica, giuridica od etica, va  non solo mantenuta, ma va coltivata e rafforzata poiché un sostegno debole è sempre meglio dell’assenza completa di qualsiasi sostegno. Se è importante l’azione di propaganda e di lobbing presso i potenti della Terra, non va però trascurata la propaganda spicciola nella cerchia di amici e conoscenti che, anche se “uomini della strada” in fin dei conti fanno parte dell’ opinione pubblica ed in quanto tale hanno un valore ed un certo peso. E così via per tutti i vari tipi di azioni intraprese fino ad oggi per giungere ad ottenere giustizia.

E’ una grossa vittoria il riconoscimento del genocidio da parte di molti Stati. Ma adesso è necessario stabilire una strategia post-riconoscimento. Individuare ciò che si deve fare dopo. E, ritornando alle argomentazioni storiche, bisogna star attenti, poiché la Turchia non fa altro che rappresentare il problema del genocidio quale una questione della storia, del passato ed è per questo che insiste nell’affermare che di esso devono occuparsi gli storici. La propaganda turca  poi ripete, a mo’ di slogan, che basta guardare al passato, bisogna guardare al futuro. E così agendo trova facilmente degli alleati fra gli Stati stranieri che, assecondandola, si liberano della  “grana armena” che è imbarazzante anche per loro, poiché non tutti di loro sono completamente esenti da colpe a questo proposito. Il guardare al futuro ed il non farsi sempre condizionare dal passato è un argomento che, abbondantemente usato da parte turca (assieme ad altri mezzi…)  ha facile presa sull’opinione pubblica straniera; è molto evocato e convincente specie  nei confronti di chi non è addentro al problema, poiché rappresenta i turchi aperti e  proiettati verso l’avvenire, mentre gli armeni rimangono abbarbicati a sterili ricordi, meditando improponibili rivincite.

Ad onor del vero bisogna qui fare una distinzione. Il peso che la storia recente ha avuto, ed oggi ha, sui vari popoli è differente; varia da un popolo all’altro. La storia recente, per tutti i popoli dell’Occidente, pur con la tremenda esperienza della seconda guerra mondiale, non è stata così tragicamente sconvolgente come lo è stata per gli armeni. Quindi se nei paesi occidentali gli avvenimenti del recente passato hanno un peso relativo, lo stesso non si può dire per il caso degli armeni. Perciò non è giusto misurare col metro occidentale  le vicende e le aspettative degli armeni ed invitarli a non pensare al passato. Ma è il passato con le sue conseguenze che sovrasta il presente e condiziona il futuro degli armeni. Quale altro popolo è stato privato della propria Patria, per metà soppresso e per l’altra metà costretto o a emigrare o a risiedere entro angusti confini e sotto la costante minaccia di un ulteriore, e definitivo, annientamento?

Facendo un paragone, banale, ma calzante,  vi sono popoli con la pancia piena ed altri con la pancia vuota. Chi ha la pancia piena, se vuole, può mettersi a dieta, ma non può pretendere che lo faccia anche chi ha la pancia vuota.

Questa è la situazione. Come venirne fuori?

Veniamo al concreto. Tutti i nostri sforzi devono essere volti a dimostrare che il genocidio, la causa armena, non sono un problema storico, ma politico. E quindi attuale. Nell’azione di propaganda, dando il doveroso e necessario peso alle argomentazioni storiche,giuridiche e morali che servono a farlo meglio conoscere,  è necessario, con altrettanta enfasi, dimostrare le conseguenze attuali del genocidio, le problematiche politiche che a tutt’oggi esso ha generato e continuerà a generare. E’ necessario dimostrare i reali vantaggi politici, economici e militari che ciascun Paese potrebbe trarre dalla giusta soluzione della causa armena. Ed al contempo esporre gli svantaggi che una mancata soluzione porterebbe.

E’ necessario quindi elaborare una serie di argomentazioni di indole politica, e strettamente attuali,  che possano fare presa sui nostri interlocutori, dal semplice ”uomo della strada” al politico detentore del potere, passando per il giornalista, l’intellettuale e l’imprenditore. Bisogna quindi mettersi attorno ad un tavolo, pensare, discutere, esaminare ed infine “confezionare” degli argomenti che, basati sul presente ed il futuro, siano convincenti per chi ci ascolta e lo spingano a sostenerci. Bisogna presentare le cose in modo tale che il  sostegno di essi sia nel loro stesso – e non solo nel nostro- interesse. E quando si dice interesse, si intende un interesse materiale. Inoltre le argomentazioni “confezionate” devono essere differenti da paese a paese per essere adattate alle peculiarità di ciascuno di essi. Cioè il tipo di propaganda da farsi in Francia non può essere lo stesso di quello messo in atto in Argentina o in Siria e così via. E non è necessario che i dettagli di  questa strategia vengano sbandierati ai quattro venti; possono essere anche qualcosa di riservato. Si potrebbe parafrasare Clemenceau che affermava, per la rivincita della Francia nei confronti della Germania : “Sempre pensarci, mai parlarne”:

Lo stesso discorso è valido per ciò che riguarda la questione del Karabagh.

Ora c’è una Repubblica Armena indipendente; è piccola e povera. Ma è sempre meglio di vent’anni fa quando, dato il bavaglio imposto dall’Unione Sovietica all’Armenia, quest’ultima non poteva parlare e la sola Diaspora, con  le sue esigue forze riuscì ad ottenere il riconoscimento del genocidio da parte del Parlamento Europeo. Oggi, sebbene ancor deboli, siamo più forti di ieri. La nostra lotta deve continuare poiché la causa armena, prima ancora di essere una questione politica, è un problema biologico, trattandosi di una lotta  per la sopravvivenza stessa degli armeni e dell’Armenia in quanto nazione, cultura, Patria e territorio. Poiché la minaccia di annientamento persiste sempre; ce l’ha ricordato il presidente della Turchia meno di 15 anni fa.