Un Libro Fazioso

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UN   LIBRO   FAZIOSO

 

            Si tratta de “Il massacro degli armeni – Un genocidio controverso” di Guenter Lewy, edito l’anno scorso da Einaudi.

            E’ un volume il cui chiaro scopo è minimizzare le colpe turche e, dove possibile, ribaltare i fatti realmente accaduti, seguendo in questo la via maestra tracciata dalla Turchia e dai suoi accoliti, turchi e non, specializzatisi nella mistificazione della storia. L’autore, che, a quanto riportato sulla copertina, non è uno studioso né di storia armena e né di storia turca – infatti viene presentato come “celebre storico del nazismo” e , basandosi sulla bibliografia da lui citata, non conosce né l’armeno e né il turco- usando tutti i possibili sofismi e sotterfugi dialettici, tacendo certi fatti ed ingigantendone altri, oppure  falsificando apertamente i dati, persegue l’unico obiettivo di dimostrare che il genocidio armeno non è stato un genocidio. Servirebbero almeno il doppio delle 394 pagine dalle quali è formato il libro per confutare una per una tutte le affermazioni capziose dell’autore. Ed appare strano che un editore serio e noto come Einaudi si sia prestato a pubblicare la traduzione italiana di quest’opera che, sempre sulla copertina, viene presentata come “il primo vero lavoro di storia su una delle pagine più discusse del Novecento”.

            Vahakn Dadrian, il noto studioso del genocidio armeno –argomento che  studia da più di quaranta anni- è la bestia nera di Guenter Lewy che non perde occasione per mettere in dubbio quanto sostenuto da  Dadrian. Per fare ciò   confronta i dati  citati da quest’ultimo con il testo dal quale  Dadrian li ha ricavati per dimostrare che li ha distorti od interpretati in maniera erronea o partigiana. Fin qui nulla da eccepire: se uno studioso cita una fonte in maniera erronea, è giusto che sia criticato. Ma è veramente così nel caso di Dadrian? Pare strano che nel mondo accademico, ed in particolar modo nella comunità scientifica degli studiosi del genocidio, ove vi sono in gran parte non-armeni, Dadrian goda di tanta considerazione se si comporta come sostenuto da Guenter Lewy. Ma a proposito di quest’ultimo, vien proprio da dire: “Senti da che pulpito vien la predica”. Infatti a pagina 313 del suo libro Lewy, col chiaro intendimento di dimostrare che le vittime armene del genocidio (che, sia detto per inciso, lui non ritiene che debba essere così denominato, allineandosi anche qui alle tesi turche) non sono, come generalmente accettato, un milione e mezzo ma molto meno, cita le stime che vari autori –turchi,armeni e né turchi e né armeni- fanno del  numero delle vittime armene. Com’è da attendersi le cifre più basse – a cominciare dal noto ed acidamente negazionista Halacoglu che propone il ridicolo numero di 56612- sono quelle proposte dagli autori turchi. Ma per dar maggior credito a queste cifre basse –che essendo di provenienza turca possono sempre essere sospettate di parzialità- Lewy ha pensato bene di citare a favore della sua tesi anche un armeno. Cosicché nell’elenco dei vari studiosi e delle stime delle vittime fatta da ognuno di essi, viene citato, sempre a pagina 313, Raymond Kevorkian. Orbene Lewy, nel succitato elenco, afferma che secondo Kevorkian le vittime armene sono state 630.000 e, per dare maggior credito, cita anche (con la nota 43) la pubblicazione di quest’ultimo dalla quale ha ricavato questo dato. Peccato, però, che nella pubblicazione citata, Kevorkian stima che 630.000 sono gli armeni morti nei campi di concentramento in Siria e Mesopotamia e non anche quelli morti od uccisi in precedenza durante la deportazione (e sono moltissimi!), prima che le carovane dei deportati arrivassero in Siria!Ed è noto che le carovane  quando giungevano in Siria avevano perso gran parte dei deportati.

Questo è solo un esempio del “rigore scientifico” di Guenter Lewy che per dar maggior credito alla sua tesi dell’esiguo numero di vittime armene ha pensato bene di citare non un qualsiasi autore armeno, magari un giovanissimo ricercatore poco noto ed inesperto, ma un autentico pezzo da novanta qual’è Raymond Kevorkian; studioso che oltre alle lingue europee conosce sia l’armeno che il turco ed è autore di una monumentale storia del genocidio armeno, di più di mille pagine e di un’altrettanto monumentale storia degli armeni nell’Impero Ottomano alla vigilia del genocidio, oltre a numerose altre pubblicazioni su vari aspetti del genocidio stesso. .

Ma veniamo ad altro. A proposito dell’intenzionalità del genocidio e della conseguente colpevolezza turca, a pagina 156 l’autore afferma che dopo la sconfitta della Turchia e durante l’occupazione da parte degli alleati di Costantinopoli “I britannici incaricarono un armeno, Haigazn Kazarian, di effettuare una disamina accurata della documentazione presente negli archivi ottomani, ma Kazarian non riuscì a reperire alcuna prova di complicità di massacri”. Peccato che Lewy, non conoscendo l’armeno, non abbia potuto leggere il volume “Il genocida turco” –che pure cita nel proprio libro- scritto dallo stesso Kazarian e pubblicato nel 1968 ove , contrariamente a quanto affermato da Lewy- c’è un’abbondanza di documentazione, con testi in turco ottomano trascritti con l’alfabeto armeno (come si usava spesso a quel tempo). Vi è persino, a pagina 53, la fotocopia della chiave per la cifratura dei documenti usata dalla Tashkilate Maksuse, l’Organizzazione speciale per lo sterminio degli armeni.

Non parliamo poi di gaffes clamorose, come a pagina 195 ove Lewy afferma di aver conversato nel 2001 a Berlino con il professor Hofmann, mentre è noto a tutti che si tratta di una donna, Tessa Hofmann.

E’ noto che l’ambasciatore americano in Turchia, negli anni della prima guerra mondiale, Morgenthau, ha scritto un libro di memorie ove smaschera l’intendimento genocidiario dei dirigenti turchi. Non trovando altro argomento per sminuire il valore della testimonianza di Morgenthau, Lewy a pagina 184 cita Heath Lowry, studioso americano, il quale afferma che nel libro di Morgenthau vi erano esagerazioni e deformazioni a scopo di propaganda bellica. Peccato che lo stesso Lewy si dimentichi che Lowry alcuni anni fa è stato pubblicamente smascherato come prezzolato dall’ambasciata turca negli USA che lo pagava per mistificare la storia.

In generale quando si tratta di testimonianze armene Lewy le cita, ma fra le righe fa capire che essendo armene sono di parte e quindi non sono affidabili, mentre quando si tratta di affermazioni fatte da turchi le accetta senza commenti. In questo, bisogna dire, Lewy è un vero maestro ed è molto abile nel far intendere di essere imparziale, mentre ad un’attenta lettura ci si accorge che è smaccatamente partigiano.

Proseguiamo. Sempre per sminuire le colpe turche ed, invece, addossarle sugli armeni, Lewy a pagina 164, nella nota 82, afferma che l’esercito turco fu sconfitto dai russi a Sarikamish nel dicembre 1914 per colpa dei sabotatori ed informatori armeni.Cosa assolutamente falsa.Ma si guarda bene dal ricordare che proprio in occasione di quella battaglia la vita del ministro della guerra turco e comandante in capo dell’esercito, Enver, fu salvata da un tenente armeno, di nome Hovhannes, che disobbedendo agli ordini dei superiori, compì un’inversione e così poté salvargli la vita. Per quest’atto l’ufficiale armeno fu promosso al grado di capitano e questo fatto fu successivamente narrato dallo stesso Enver al patriarca armeno di Costantinopoli, Zaven, che lo citò nelle sue “Memorie patriarcali” pubblicate al Cairo nel 1947 e che essendo state recentemente tradotte anche in inglese potevano essere consultate da Lewy che, evidentemente, non ha stimato opportuno farlo, per non dover ammettere dei fatti  in contrasto con le sue tesi.

In genere Lewy dà per scontato che in Turchia era in atto una guerriglia da parte degli armeni. Cosa, questa, assolutamente falsa poiché da parte armena vi furono solo alcuni episodi di insubordinazione e cioè in alcuni luoghi la popolazione, conscia del fatto che la deportazione avrebbe significato il loro sterminio, si rifiutò di farsi deportare; cosa ben diversa dalla guerriglia. Questi episodi si verificarono a Van, a Mush, a Shabin Karahissar, a Urfa e nel Mussa dagh, ed, in misura minore in qualche altra località. Visto l’esito delle deportazioni l’insubordinazione degli armeni fu perciò solo un atto di legittima difesa e non di più.

A pagina 124 Lewy si dilunga sulla “rivolta di Van”, ma, coerentemente con la capziosità della sua opera, si dimentica di ricordare che PRIMA della rivolta di Van le truppe turche e curde, in ritirata dal fronte russo avevano massacrato alcune decine di migliaia di armeni nella sola regione di Van a capo del cui governo regionale era stato inviato un autentico nemico degli armeni, Gevdet pascià, soprannominato “il ferratore” poiché sette anni prima aveva fatto inchiodare dei ferri da cavallo ai piedi di un ragazzo armeno.

Un’altra bestia nera di Lewy sono le “potenti forze banditesche armene”(pagina 204) e l’ “azione sovversiva dei rivoluzionari armeni”(pagina 206), ma non cita un solo episodio, un solo luogo ove si siano svolte le azioni banditesche e sovversive, ma dà per scontato quanto pubblicato dalla propaganda turca negli anni della prima guerra mondiale. Poi, a pagina 220 afferma che molti volontari armeni della provincia armeno-turca di Kharpert combattevano al fianco dei russi, senza specificare ulteriormente alcunché. Il fatto è che allo scoppio della guerra il governo russo istituì un corpo di volontari armeni reclutandoli fra gli armeni della diaspora. Fra essi vi erano numerosi armeni provenienti dagli Stati Uniti  nella cui comunità armena erano numerosi gli originari di Kharpert. Non si trattava quindi di armeni residenti in Turchia che erano passati dalla parte del nemico o compivano atti di guerriglia, come vuol far intendere Lewy, ma erano soldati inquadrati nell’esercito russo. In tutto questi volontari, nel periodo in cui furono più numerosi,  raggiunsero il numero di diecimila.

Lewy è sempre pronto a criticare gli armeni perché simpatizzavano per la Russia e le potenze dell’Intesa. Piuttosto  avrebbe dovuto chiedersi il perché di questa simpatia ed il motivo per cui degli armeni erano entrati  come volontari nell’esercito russo. La verità è che il governo turco, dopo le promesse di libertà ed uguaglianza fra tutti i cittadini dell’Impero, elargite in seguito alla rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, aveva ripreso la politica di vessazioni e persecuzioni contro gli armeni e perciò non ci si poteva aspettare che uno ami chi lo perseguita.

A riprova delle intenzioni sovversive degli armeni Lewy cita, sempre a pagina 220 ma anche in altre occasioni, che erano state trovate numerose armi presso gli armeni. Peccato che, non conoscendo lui l’armeno, non abbia potuto leggere le numerosissime memorie di sopravvissuti che spesso citano il fatto che la gendarmeria turca pretendeva dagli armeni la consegna delle armi ed in molti luoghi gli armeni non possedendone, le compravano dai turchi o dai curdi per consegnarle al governo!

Ma per quanto si cerchi di mistificare la storia ci sono pur sempre le testimonianze dei sopravvissuti che concordemente accusano i turchi. Che cosa fa Lewy per inficiarne il valore? Intanto fa capire che gli armeni si contraddicono poiché alcuni testimoni affermano che i turchi erano assetati di sangue, mentre altri parlano di gendarmi turchi di animo comprensivo. Come se tutti i turchi fossero uguali  e accanto ad un turco cattivo non vi potesse essere anche un turco buono! Poi, sempre per screditare le testimonianze dei sopravvissuti  afferma che la loro memoria era stata “condizionata dai fatti traumatici” e che i ricordi “non riflettono tanto la realtà, né ricostruiscono la storia, quanto piuttosto forniscono una versione della realtà conforme alla personalità, alle percezioni e all’esperienza del testimone sopravvissuto”. Tutti giri di parole per imbrogliare le carte: se uno ha visto mozzare la testa al proprio padre o sgozzare il proprio fratello, e afferma ciò nelle proprie memorie,  c’è poco da  “non riflettere la realtà”. Non trovando poi altre argomentazioni  per screditare le testimonianze dei sopravvissuti Lewy sconfina nel grottesco poiché, non trovando altre prove a favore di quanto da lui sostenuto, ricorda (pagina 189) che gli orientali hanno la tendenza all’esagerazione e che i racconti dei superstiti venivano tradotti ai diplomatici europei esclusivamente da interpreti armeni, mentre i funzionari armeni (che lavoravano per i diplomatici stranieri) avevano la fama di essere infidi e dediti all’intrigo. Dato che i sopravvissuti al genocidio erano armeni è ovvio che le loro testimonianze sarebbero state tradotte da armeni anche perché nell’Impero Ottomano molti armeni, specialmente le donne, parlavano solo l’armeno e non conoscevano il turco. Se poi  alcuni funzionari armeni delle ambasciate straniere erano intriganti, come si può, per questo motivo, generalizzare e considerare non affidabili le testimonianze armene?! Non trovando altro per dimostrare l’indimostrabile Lewy cita il caso di Arshag Shmavonian, dragomanno dell’ambasciata americana a Costantinopoli che, secondo il console americano a Beirut, Hollis, “non era sempre in linea con il punto di vista americano”. Che cosa vuol dire ciò? Per caso dovevano essere gli americani a dettare ai sopravvissuti ciò che dovevano dire, per essere “in linea con il punto di vista americano”? Che cosa c’entra tutto ciò con l’affidabilità delle testimonianze armene?E poi, sempre a sostegno della sua tesi, Lewy cita l’agente consolare americano a Damasco, Greg Young, secondo il quale “molte storie sono senz’altro esagerate”. Quindi quando conviene minimizzare le colpe turche la testimonianza di un diplomatico americano è valida. Viceversa,  un altro diplomatico americano, e di grado superiore, e cioè l’ambasciatore Morgenthau non è affidabile allorquando nelle sue memorie cita gravi fatti attestanti la colpevolezza turca.

Se non avendo altri  argomenti a disposizione deve tirare in ballo il fatto che essendo Arshag Shmavonian non affidabile, dunque tutti gli armeni sono inaffidabili; se il “rigore scientifico” è a questi livelli, anch’io posso citare il fatto che ho sentito da un testimone oculare che i turchi di Salonicco nel 1911, durante la guerra italo turca, si vantavano delle loro (presunte) vittorie affermando che i soldati italiani, in quanto non musulmani, bevevano, si ubriacavano e si addormentavano, al che arrivavano i soldati turchi che mozzavano le loro teste. Non si capisce perché gli astemi soldati turchi abbiano perso la guerra contro gli ubriaconi soldati italiani. E questa è una mia diretta testimonianza –in linea con il metodo “scientifico” di Lewy- delle”balle” sparate dai turchi, che perciò –sempre secondo il metodo “scientifico” di Lewy- non devono essere considerati degni di fede poiché a Salonicco raccontavano balle.

E poi se, secondo Lewy, gli orientali sono portati all’iperbole, perché  non devono essere considerate degne di fede solo le  testimonianze armene e non anche quelle turche? Per caso non sono anche i turchi degli orientali?

A pagina 161 Lewy, concludendo il capitolo dedicato alla posizione turca, afferma, a proposito degli armeni “A mio avviso finora non sono stati in grado di produrre prove sufficienti a convincere un tribunale o uno studioso super partes di questi tragici accadimenti”.  Per caso non è sufficiente il fatto che in tutta l’Armenia occidentale ed in Anatolia praticamente non sia rimasto neanche un armeno? Non è una prova sufficiente? 

A proposito di studiosi super partes (categoria alla quale evidentemente Lewy non appartiene) egli cita, a pagina 346 il fatto che il New York Times abbia pubblicato, il 24 aprile 1998, un appello firmato da numerosi studiosi e scrittori a favore del riconoscimento del genocidio armeno. Dopo aver citato i nomi di alcuni firmatari, Lewy, maliziosamente aggiunge “Brillavano per la loro assenza tra i firmatari  alcuni specialisti di storia turca e del Medio Oriente”. Come per voler dire che si trattava di una presa di posizione partigiana, e quindi priva di valore, dato che mancava l’avallo degli studiosi di storia turca. Ma Lewy è così ingenuo da non sapere che, stante la nota posizione non solo del governo, ma anche del mondo accademico turco, uno studioso di storia turca (che necessita, per motivi d’ufficio,  di periodici viaggi in Turchia e di continui contatti con i colleghi turchi) non può mettersi contro la Turchia affermando che vi è stato un genocidio? Quindi, in questo caso, l’assenza fra i firmatari di turcologi, non inficia per niente il valore dell’appello a favore del riconoscimento del genocidio. Sicuramente Lewy non è ingenuo, infatti si è guardato bene dal riferire che nel 2005 l’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio –e quindi la massima autorità scientifica nell’ambito degli studi sul genocidio- ha pubblicamente rivolto un invito al governo turco affinché riconosca il genocidio armeno. 

Andiamo avanti. A pagina 198 Lewy afferma che nella documentazione disponibile non c’è traccia di un piano di annientamento (per caso è stato trovato un ordine di sterminio degli ebrei a firma di Hitler?); ma nella stessa pagina ricorda che importanti documenti turchi sono stati persi o distrutti. Ovviamente non si chiede il perché di questa perdita o distruzione. Peccato, perché se avesse letto il libro di Haigazn Kazarian, da lui tanto vituperato, avrebbe potuto trovare persino i nomi di chi materialmente distrusse quei documenti. Evidentemente un motivo c’era per distruggere quei documenti che, per essere stati distrutti in concomitanza con l’arrivo degli alleati a Costantinopoli, dovevano sicuramente essere compromettenti. A proposito di documenti Lewy  cita un telegramma di Talat (pagina 264) con il quale si ordina di cessare la deportazione degli armeni. Questa informazione Lewy l’ha ricavata da uno studio del 1986 (71 anni dopo il genocidio) di due autori turchi che evidentemente sono sempre degni di fede. Quando invece un autore armeno, Aram Andonian,  soltanto 6 anni dopo il genocidio pubblicò i famosi telegrammi di Talat, non solo non è credibile, ma Lewy non spende una parola sul fondamentale studio di Vahakn Dadrian che dimostrava con prove inconfutabili l’attendibilità dei telegrammi  riportati da Andonian.

Per dimostrare che non vi era un intento genocidiario Lewy cita il caso di Costantinopoli, Smirne ed Aleppo le cui comunità armene non furono deportate. Intanto non è vero che non furono deportate perché da Costatinopoli stessa furono deportate alcune migliaia di armeni; da Smirne non lo furono per l’opposizione del generale Liman von Sanders, capo della missione militare tedesca in Turchia. E poi va considerato che dall’inizio del genocidio alla fine della prima guerra mondiale passarono poco più di tre anni e non era facile ammazzare più di due milioni di persone in così breve tempo, per di più in  paese arretrato e mal organizzato come la Turchia. A pagina 309 Lewy cita il fatto che molti armeni sfuggirono alla deportazione, ma si dimentica che molti furono in un secondo tempo deportati ugualmente. Per esempio tutti gli armeni che in Cilicia e dintorni lavoravano per la costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad furono inizialmente risparmiati, ma in un secondo tempo, nel 1917 furono deportati pure loro ed in gran parte uccisi.

Lewy, sempre pronto a scovare i veri o presunti errori degli autori armeni, per dimostrare il loro scarso rigore scientifico, si dimostra  lui stesso criticabile ed inaffidabile. Infatti parlando dello storico Kamal Madhar Ahmad a pagina 292 lo presenta come “storico curdo”, ma appena tre pagine più in là, a pagina 295 lo cita come “storico turco”. E questo sarebbe rigore scientifico? Quanto può essere credibile un simile autore?

Un altro errore madornale è costituito dalla cartina dell’Armenia che si trova a pagina 310. Lì vi sono tracciati i “confini dell’Armenia definiti alla Conferenza di Pace di Parigi (1919)”. Intanto la conferenza di pace si svolse a Sèvres ed i confini furono  definiti nel 1920, non nel 1919. Ma quel che è bello è che sulla cartina i confini dell’Armenia si estendono dal mar Caspio, al mar Nero per finire nel Mediterraneo. Un’ Armenia talmente estesa, non solo non era stata definita alla conferenza di pace, ma nemmeno gli armeni avevano richiesto un territorio così vasto. Probabilmente Lewy ha orecchiato da qualche parte che gli armeni richiedevano un territorio “da mare a mare”, ma si trattava del mar Nero e del Mediterraneo, non anche del mar Caspio. Evidentemente Lewy si è lasciato influenzare da qualche studioso(?!) turco “ballista” che ha calcato la mano per mostrare quanto assurde erano le pretese armene. Forse sarebbe stato meglio che Lewy, invece di elucubrare sull’inaffidabilità delle testimonianze dei sopravvissuti armeni che in quanto orientali sarebbero portati all’esagerazione, avesse applicato questo approccio anche ai turchi per vedere quante panzane vengono partorite fra Costantinopoli ed Ankara a proposito della recente storia armena. In fin dei conti era un serio giornale turco ad affermare, circa una trentina di anni fa, che vi erano trenta organizzazioni terroristiche armene.

Nel decimo capitolo, dedicato allo svolgimento delle deportazioni, Lewy traccia sommariamente ciò che avvenne regione per regione: Erzerum, Harput (Kharpert), Trebisonda, Cilicia. Di Van aveva trattato in un capitolo precedente. Stranamente però, non fa nemmeno un cenno alla regione di Mush. Questo è quel luogo ove gli armeni non furono deportati, ma furono uccisi e sterminati sul posto. Evidentemente Lewy, nonostante la sua non comune capacità di prestidigitazione dei fatti storici si è trovato impotente dinanzi al massacro degli armeni di Mush e neanche i suoi amici turchi gli hanno potuto fornire qualche argomento per imbrogliare le carte anche qui e perciò ha preferito tacere.

Quanto sia  bene informato Lewy lo si desume dall’ultimo, conclusivo, capitolo del libro, ove, a pagina 349, afferma che la Turchia aveva interrotto le relazioni diplomatiche con l’Armenia dopo l’inizio della guerra tra Armenia e Azerbaigian. Intanto non vi è stata guerra fra Armenia e Azerbaigian, bensì un’aggressione di quest’ultimo contro il Karabagh (a meno che Lewy, bontà sua, così dicendo non voglia implicitamente ammettere che il Karabagh è Armenia). Poi non vi è stata nessuna interruzione delle relazioni diplomatiche fra Armenia e Turchia, poiché questi due paesi non avevano nessuna relazione diplomatica, quindi come possono aver interrotto una relazione che non c’era? Oppure per Lewy il semplice fatto che l’ambasciatore turco a Mosca, Volkan Vural, nel 1990 abbia fatto una capatina in Armenia significa avere relazioni diplomatiche?.

Questo è, per sommi capi, il libro di Guenter Lewy, pubblicato da Einaudi. Fa rabbia leggerlo. Ma è bene che lo leggano tutti gli armeni; lo leggano con molta  attenzione per capire con quale finezza dialettica l’autore semina il dubbio nel lettore; come si atteggi ad imparziale, ma fra le righe porti l’acqua al mulino turco. Sembra di assistere ad un’arringa di un principe del foro, che non fa uso dell’abituale oratoria e retorica forensi, ma procede con  argomentazioni che sono logiche solo in apparenza poiché sono  basate su  dati di fatto presunti o non veri e su abili manipolazioni dei dati stessi e così facendo riesce ad ingannare l’ignara giuria e far assolvere l’imputato suo cliente. Ma quest’ultimo, anche se assolto, nella realtà è un delinquente della peggior specie.

Non è il primo e non sarà l’ultimo di questa specie. Bisogna leggerlo, per essere pronti a controbattere.